Il recente divieto australiano di accesso ai social network per i minori di 16 anni è stato presentato come una misura di tutela. Una legge “storica”, addirittura “pionieristica”. Ma guardandola con attenzione, quella norma racconta una storia diversa: non di protezione, bensì di resa. Resa culturale, educativa, politica. Quando una società arriva a vietare l’uso di uno strumento invece di insegnarne l’uso corretto, significa che qualcosa si è rotto molto prima.
Il problema non nasce oggi (né in Australia)
Internet, i social, gli smartphone non sono arrivati ieri. Sono passati poco più di vent’anni dal salto tecnologico che ha cambiato radicalmente il modo in cui comunichiamo, apprendiamo, ci informiamo, costruiamo identità. Vent’anni, però, sono stati pochissimi per accompagnare questo cambiamento con una formazione etica e tecnica adeguata. Non abbiamo formato gli adulti. Gli adulti non hanno formato i figli. Le istituzioni hanno delegato tutto alle piattaforme. Le piattaforme hanno fatto ciò che era conveniente per il loro modello di business. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: minori iperconnessi ma inermi, genitori presenti fisicamente ma spaesati, scuole lasciate sole, Stati che intervengono solo quando il danno è evidente.
Italia e consenso dei dati: una contraddizione ignorata
Nel 2018 l’Italia ha fatto una scelta chiara e legittima: recependo il GDPR, ha fissato a 14 anni l’età per il consenso al trattamento dei dati personali, invece dei 16 previsti come standard europeo. Questa è legge italiana. È in vigore. Non è opzionale. Eppure, nella pratica quotidiana, questa norma viene sistematicamente ignorata. Le piattaforme continuano a indicare 13 anni come soglia minima di accesso. Una soglia che non nasce dal diritto europeo né da quello italiano, ma dalla normativa statunitense. Il risultato è un corto circuito giuridico: i ragazzi credono di essere “in regola” a 13 anni, i genitori si affidano a regole che non sono quelle del loro Paese, le piattaforme applicano policy pensate per altri ordinamenti, il consenso al trattamento dei dati, in molti casi, è formalmente invalido. Non è solo confusione. È asimmetria di potere normativa.
Il grande non detto: identità digitale e controllo della navigazione
Il divieto australiano funziona solo in apparenza. In realtà, per essere applicato, richiede una cosa precisa: sapere chi sei. Verifica dell’età, biometria, documenti, correlazione dei comportamenti, fingerprinting dei dispositivi. Non importa quale tecnologia venga usata: il presupposto è lo stesso. Per navigare, devi dimostrare qualcosa di te. Questo segna un passaggio delicatissimo: dalla rete come spazio aperto alla rete come ambiente condizionato dall’identità. Oggi lo si giustifica con la tutela dei minori. Domani con la disinformazione. Dopodomani con la sicurezza. Quando l’infrastruttura del controllo è pronta, il perimetro di utilizzo tende sempre ad allargarsi.
Vietare i social ai minori non educa
Il blocco per età ha un grande vantaggio: è semplice da comunicare. Ma è anche fragile. È facilmente aggirabile. Non distingue tra uso consapevole e uso dannoso. Non costruisce competenze. Non responsabilizza. Chi ha strumenti li userà comunque. Chi non li ha resterà escluso o finirà in spazi meno regolati. Nel frattempo, il nodo centrale resta intatto: nessuno ha insegnato come stare online.
Una generazione senza grammatica digitale
Per anni abbiamo lasciato che la formazione digitale coincidesse con il saper usare un’app. Abbiamo confuso competenza con familiarità. Ma sapere dove cliccare non significa sapere cosa si sta facendo. Pubblicare immagini di altri, accettare condizioni contrattuali, esporsi a sistemi di raccomandazione, lasciare tracce permanenti sono atti giuridici, etici e sociali, non semplici gesti tecnici. Quando una generazione cresce senza questa consapevolezza, il problema non è il social network. È il vuoto educativo.
Conclusione: il divieto come sintomo, non come soluzione
Il divieto australiano sui social ai minori non è il futuro della regolazione digitale. È il sintomo di un fallimento accumulato nel tempo. Vietare è più facile che educare. Bloccare è più rapido che accompagnare. Ma ogni scorciatoia normativa ha un costo. E quel costo, spesso, non lo pagano solo i minori. Lo paga l’intera società, quando accetta che l’unico modo di governare la complessità sia ridurla a un sì o a un no. La domanda, a questo punto, non è se vietare funzioni. La domanda è perché siamo arrivati al punto in cui vietare ci sembra l’unica opzione possibile.