Digital Fairness Act: il problema non è solo vietare i social ai minori, ma impedire che vengano schedati

Categories I genitori devono sapere, socialePosted on

Il dibattito sui minori e i social network si sta concentrando sempre più spesso su una domanda apparentemente semplice: a che età un ragazzo dovrebbe poter accedere a una piattaforma? È una domanda importante, ma rischia di essere insufficiente. Perché il vero nodo non è soltanto l’ingresso del minore nel social, ma ciò che accade dopo: quali dati vengono raccolti, quali preferenze vengono dedotte, quali fragilità vengono intercettate, quali contenuti vengono spinti e quale identità digitale viene costruita intorno a un ragazzo che non ha ancora gli strumenti per comprenderne le conseguenze.

Il Digital Fairness Act, la nuova iniziativa europea pensata per rendere più corretto il rapporto tra utenti e servizi digitali, può diventare un passaggio decisivo proprio su questo terreno. L’Unione europea sta lavorando a una normativa che non riguarda soltanto la privacy in senso stretto, ma anche il modo in cui app, giochi, siti e social guidano le scelte degli utenti, li trattengono online, rendono poco chiare alcune decisioni o costruiscono esperienze commerciali difficili da riconoscere come tali. Non a caso, la Commissione europea ha consultato direttamente ragazze e ragazzi tra i 12 e i 17 anni per raccogliere le loro esperienze come consumatori digitali: app, giochi, siti e social possono essere utili e divertenti, ma possono anche spingere a restare collegati più del previsto, rendere troppo facile o confusa la spesa online e proporre scelte poco trasparenti. Link

Per Sicurezzaminori.org questo è il punto centrale: proteggere i minori non significa soltanto impedire un accesso sotto una certa età. Significa impedire che l’infanzia e l’adolescenza diventino materiale grezzo per sistemi di profilazione, raccomandazione e monetizzazione dell’attenzione.

Oggi molte piattaforme dichiarano limiti minimi di età. TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat e altri servizi indicano in genere i 13 anni come soglia minima per l’iscrizione. Ma la domanda vera è: quanto è reale questo controllo? Se basta inserire una data di nascita falsa, la tutela resta formale. Proprio su questo punto la Commissione europea ha contestato a Meta di non aver fatto abbastanza per impedire l’accesso di minori sotto i 13 anni a Facebook e Instagram. Il tema è enorme: non basta scrivere nei termini di servizio che una piattaforma è vietata ai più piccoli, se poi il sistema concreto non è in grado di far rispettare quella regola. Link

La stessa Unione europea riconosce che il problema non riguarda soltanto i contenuti vietati o pericolosi. Nella propria strategia per la protezione dei giovani online, la Commissione parla esplicitamente di piattaforme che possono usare funzioni progettate per tenere gli utenti collegati per ore, algoritmi capaci di spingere contenuti dannosi direttamente nel feed di un bambino e raccolta di dati personali per profilazione a lungo termine e pubblicità mirata. Il Digital Services Act ha già introdotto obblighi di protezione rafforzata per i minori e vieta la pubblicità mirata verso i minori sulle piattaforme online, ma il Digital Fairness Act può spingere il discorso oltre: non solo “quale contenuto vede il ragazzo”, ma “quale architettura lo sta osservando, trattenendo e classificando”. Link

Questo è il punto che spesso manca nel dibattito pubblico. Un minore non entra in un social come entra in una stanza neutra. Entra in un ambiente progettato per misurare comportamenti: quanto tempo guarda un video, su cosa si ferma, cosa scarta, cosa condivide, chi segue, a quali contenuti reagisce, quali emozioni sembrano trattenerlo. Ogni gesto diventa un segnale. Ogni segnale può diventare una categoria. Ogni categoria può diventare un profilo.

Per un adulto questo è già delicato. Per un minore è molto più grave. Perché quella profilazione nasce prima che la persona abbia piena consapevolezza di sé, dei propri diritti, della permanenza dei dati e del valore commerciale delle proprie reazioni. Il ragazzo non sta soltanto “usando un’app”: sta contribuendo, spesso senza capirlo, alla costruzione di una sua identità digitale. Un’identità che potrà influenzare i contenuti che vedrà, le pubblicità che riceverà, le opportunità informative, le pressioni commerciali e il modo in cui verrà letto dai sistemi automatici.

Da anni il dibattito sui minori online ruota intorno al controllo genitoriale. È giusto parlarne. Le famiglie hanno una responsabilità educativa reale. Ma sarebbe scorretto scaricare tutto sulle famiglie. Un genitore può installare strumenti di controllo, impostare limiti, parlare con i figli, seguire guide e consigli. Ma non può controllare da solo l’intera architettura algoritmica di una piattaforma globale. Non può sapere quali segnali vengono raccolti, come vengono pesati, quali contenuti vengono raccomandati, quali categorie vengono attribuite al figlio e per quanto tempo resteranno associate al suo comportamento.

Anche le iniziative educative delle piattaforme vanno lette con attenzione. TikTok, per esempio, mette a disposizione pagine dedicate alla sicurezza, materiali informativi, newsroom sul tema safety e progetti formativi rivolti anche al mondo della scuola. La guida “Genitori in Blue Jeans”, realizzata da Fondazione Carolina in collaborazione con TikTok, ricorda che la piattaforma è rivolta a utenti dai 13 anni in su e presenta strumenti come il collegamento famigliare, i limiti di utilizzo e le impostazioni di sicurezza. Sono strumenti utili, ma non risolvono da soli il problema se l’età dichiarata non corrisponde all’età reale o se alcune funzioni restano accessibili in contesti inappropriati. Link

L’esperienza concreta di Sicurezzaminori.org conferma questa distanza tra regole dichiarate e realtà quotidiana. Abbiamo segnalato a TikTok oltre cento profili riconducibili a minori impegnati in dirette durante l’orario scolastico o all’interno di ambienti scolastici. Le segnalazioni sono state effettuate utilizzando le voci previste dalla piattaforma, compresa quella legata alla tutela dei minori e al minore in live. Tuttavia, l’esito ricevuto è stato sempre lo stesso: “nessuna violazione riscontrata”.

Questo elemento merita attenzione. Se una piattaforma prevede nel proprio form una voce specifica per segnalare un minore in diretta, ma poi non consente nemmeno di allegare uno screenshot o un elemento documentale utile alla verifica, il sistema di controllo rischia di diventare inefficace proprio nei casi più delicati. Non sappiamo quale procedura venga applicata internamente da TikTok dopo una singola segnalazione o dopo poche segnalazioni sullo stesso profilo. È però legittimo domandarsi se, in assenza di elementi allegabili, il controllo finisca per basarsi soprattutto sui dati già presenti nell’account, come l’età dichiarata in fase di registrazione. E se quella data è falsa, il sistema può arrivare a non rilevare alcuna violazione anche davanti a situazioni che, osservate dall’esterno, appaiono chiaramente problematiche.

Il problema non è solo la singola diretta. È il fatto che un minore possa trasformare la scuola in contenuto pubblico, riprendere compagni e ambienti senza piena consapevolezza delle conseguenze, esporsi a commenti, contatti e dinamiche di visibilità mentre dovrebbe trovarsi in un contesto protetto. Le live a scuola concentrano diversi rischi nello stesso momento: esposizione del minore, possibile ripresa di altri studenti, perdita di controllo sull’immagine, ricerca di attenzione, normalizzazione della trasmissione continua di sé.

Questo caso mostra un punto fondamentale: la sicurezza non può essere misurata solo dall’esistenza di una regola o di una voce nel menu di segnalazione. Deve essere misurata dalla capacità reale della piattaforma di verificare, intervenire e correggere. Se una funzione viene dichiarata vietata ai minori, ma nella pratica un profilo riconducibile a un minore può andare in diretta da scuola e le segnalazioni vengono archiviate come “nessuna violazione riscontrata”, allora il problema non è soltanto educativo. È un problema di efficacia del sistema di controllo.

In Europa e nel mondo molti Paesi stanno cercando di intervenire. L’Australia ha introdotto il divieto di accesso ai social per gli under 16, con obblighi a carico delle piattaforme e sanzioni importanti. La Francia ha approvato all’Assemblea nazionale una proposta per vietare i social sotto i 15 anni, ancora da completare nel percorso legislativo. La Grecia ha annunciato un divieto sotto i 15 anni dal 2027. Spagna, Austria, Danimarca, Slovenia, Polonia, Norvegia e altri Paesi stanno discutendo o preparando misure simili. In Italia, la soglia rilevante per il consenso digitale resta oggi legata ai 14 anni, ma il dibattito politico si sta muovendo tra divieti d’età, consenso genitoriale e responsabilità delle piattaforme. Link

Queste iniziative indicano una direzione chiara: gli Stati non credono più che l’autoregolazione delle piattaforme sia sufficiente. Ma il rischio è fermarsi alla soluzione più visibile, cioè il divieto. Il divieto può avere un senso, soprattutto per gli utenti più piccoli, ma da solo non basta. Perché un divieto efficace richiede verifica dell’età, e la verifica dell’età apre a sua volta un altro problema: quali dati servono per dimostrare l’età? Chi li conserva? Per quanto tempo? Con quali garanzie? Una società che chiede più identificazione per proteggere i minori deve stare attenta a non creare nuove forme di schedatura.

Per questo il Digital Fairness Act dovrebbe essere letto non come una norma accessoria, ma come uno snodo culturale. La protezione dei minori non può dipendere soltanto dalla domanda “quanti anni hai?”. Deve riguardare il disegno stesso dei servizi digitali. Le piattaforme dovrebbero essere obbligate a progettare ambienti che, in presenza di utenti minorenni o potenzialmente minorenni, riducano al minimo la raccolta dati, disattivino la profilazione commerciale, limitino le funzioni più espositive, rendano trasparenti le raccomandazioni, impediscano meccanismi manipolativi e offrano impostazioni protettive come scelta predefinita, non come percorso nascosto nei menu.

Il tema degli algoritmi è decisivo. Un algoritmo di raccomandazione non è una semplice lista automatica di video. È un sistema che seleziona ciò che una persona vedrà dopo, e poi dopo ancora, e poi ancora. Può rafforzare interessi sani, ma può anche accompagnare gradualmente verso contenuti sempre più estremi, ansiogeni, sessualizzati, violenti, commerciali o inadatti all’età. Può trattenere un ragazzo più del previsto, spingerlo a imitare comportamenti, fargli percepire come normale ciò che normale non è, trasformare la curiosità in abitudine e l’abitudine in dipendenza comportamentale.

Anche quando non c’è un contenuto palesemente illegale, può esserci un problema di giustizia digitale. È corretto che un ragazzo venga profilato sulla base di fragilità momentanee? È corretto che una piattaforma deduca interessi sensibili da comportamenti impulsivi? È corretto che un adolescente venga spinto verso contenuti pensati per massimizzare il tempo di permanenza? È corretto che la sua storia digitale venga costruita prima ancora che sappia cosa sia una reputazione digitale?

Noi riteniamo di no.

La protezione dei minori deve uscire dalla logica della raccomandazione volontaria. Non può essere affidata soltanto alla buona volontà delle famiglie, né alla promessa delle piattaforme di “fare di più”. Servono obblighi verificabili, controlli indipendenti, audit sugli algoritmi, canali di segnalazione realmente efficaci e tempi rapidi di intervento quando vengono individuati minori esposti a funzioni vietate o rischiose.

Serve anche un principio di precauzione più forte: quando una piattaforma non è in grado di sapere con sufficiente certezza se davanti ha un minore, dovrebbe comportarsi come se potesse esserlo. Non significa bloccare tutto, ma ridurre i rischi: meno dati, meno personalizzazione, meno esposizione, meno funzioni pubbliche, meno pressione commerciale, meno raccomandazioni aggressive.

Il futuro digitale dei ragazzi non può essere costruito da sistemi che li osservano prima ancora che sappiano difendersi. L’identità digitale di un minore non è un sottoprodotto tecnico: è una parte della sua vita futura. E una società adulta dovrebbe chiedersi se sia accettabile che questa identità venga costruita da piattaforme private attraverso segnali raccolti nell’età della crescita.

Il Digital Fairness Act può essere l’occasione per cambiare prospettiva. Non basta chiedere ai ragazzi di dire la verità sulla propria età. Non basta chiedere ai genitori di essere sempre presenti. Non basta chiedere alle scuole di vietare il telefono. Bisogna chiedere alle piattaforme di dimostrare che i loro sistemi non sfruttano l’attenzione, la fragilità, l’impulsività e l’inesperienza dei minori.

La sicurezza online non si misura dal numero di pagine informative pubblicate da una piattaforma. Si misura da ciò che accade davvero quando un minore entra, guarda, pubblica, commenta, va in diretta o viene spinto da un contenuto all’altro.

Ed è qui che il Digital Fairness Act deve essere ambizioso: non limitarsi a correggere qualche interfaccia scorretta, ma impedire che l’adolescenza diventi un laboratorio permanente di profilazione commerciale.

Social vietati ai minori: il fallimento educativo dietro il divieto australiano

Categories news, socialePosted on

Il recente divieto australiano di accesso ai social network per i minori di 16 anni è stato presentato come una misura di tutela. Una legge “storica”, addirittura “pionieristica”. Ma guardandola con attenzione, quella norma racconta una storia diversa: non di protezione, bensì di resa. Resa culturale, educativa, politica. Quando una società arriva a vietare l’uso di uno strumento invece di insegnarne l’uso corretto, significa che qualcosa si è rotto molto prima.

Il problema non nasce oggi (né in Australia)

Internet, i social, gli smartphone non sono arrivati ieri. Sono passati poco più di vent’anni dal salto tecnologico che ha cambiato radicalmente il modo in cui comunichiamo, apprendiamo, ci informiamo, costruiamo identità. Vent’anni, però, sono stati pochissimi per accompagnare questo cambiamento con una formazione etica e tecnica adeguata. Non abbiamo formato gli adulti. Gli adulti non hanno formato i figli. Le istituzioni hanno delegato tutto alle piattaforme. Le piattaforme hanno fatto ciò che era conveniente per il loro modello di business. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: minori iperconnessi ma inermi, genitori presenti fisicamente ma spaesati, scuole lasciate sole, Stati che intervengono solo quando il danno è evidente.

Italia e consenso dei dati: una contraddizione ignorata

Nel 2018 l’Italia ha fatto una scelta chiara e legittima: recependo il GDPR, ha fissato a 14 anni l’età per il consenso al trattamento dei dati personali, invece dei 16 previsti come standard europeo. Questa è legge italiana. È in vigore. Non è opzionale. Eppure, nella pratica quotidiana, questa norma viene sistematicamente ignorata. Le piattaforme continuano a indicare 13 anni come soglia minima di accesso. Una soglia che non nasce dal diritto europeo né da quello italiano, ma dalla normativa statunitense. Il risultato è un corto circuito giuridico: i ragazzi credono di essere “in regola” a 13 anni, i genitori si affidano a regole che non sono quelle del loro Paese, le piattaforme applicano policy pensate per altri ordinamenti, il consenso al trattamento dei dati, in molti casi, è formalmente invalido. Non è solo confusione. È asimmetria di potere normativa.

Il grande non detto: identità digitale e controllo della navigazione

Il divieto australiano funziona solo in apparenza. In realtà, per essere applicato, richiede una cosa precisa: sapere chi sei. Verifica dell’età, biometria, documenti, correlazione dei comportamenti, fingerprinting dei dispositivi. Non importa quale tecnologia venga usata: il presupposto è lo stesso. Per navigare, devi dimostrare qualcosa di te. Questo segna un passaggio delicatissimo: dalla rete come spazio aperto alla rete come ambiente condizionato dall’identità. Oggi lo si giustifica con la tutela dei minori. Domani con la disinformazione. Dopodomani con la sicurezza. Quando l’infrastruttura del controllo è pronta, il perimetro di utilizzo tende sempre ad allargarsi.

Vietare i social ai minori non educa

Il blocco per età ha un grande vantaggio: è semplice da comunicare. Ma è anche fragile. È facilmente aggirabile. Non distingue tra uso consapevole e uso dannoso. Non costruisce competenze. Non responsabilizza. Chi ha strumenti li userà comunque. Chi non li ha resterà escluso o finirà in spazi meno regolati. Nel frattempo, il nodo centrale resta intatto: nessuno ha insegnato come stare online.

Una generazione senza grammatica digitale

Per anni abbiamo lasciato che la formazione digitale coincidesse con il saper usare un’app. Abbiamo confuso competenza con familiarità. Ma sapere dove cliccare non significa sapere cosa si sta facendo. Pubblicare immagini di altri, accettare condizioni contrattuali, esporsi a sistemi di raccomandazione, lasciare tracce permanenti sono atti giuridici, etici e sociali, non semplici gesti tecnici. Quando una generazione cresce senza questa consapevolezza, il problema non è il social network. È il vuoto educativo.

Conclusione: il divieto come sintomo, non come soluzione

Il divieto australiano sui social ai minori non è il futuro della regolazione digitale. È il sintomo di un fallimento accumulato nel tempo. Vietare è più facile che educare. Bloccare è più rapido che accompagnare. Ma ogni scorciatoia normativa ha un costo. E quel costo, spesso, non lo pagano solo i minori. Lo paga l’intera società, quando accetta che l’unico modo di governare la complessità sia ridurla a un sì o a un no. La domanda, a questo punto, non è se vietare funzioni. La domanda è perché siamo arrivati al punto in cui vietare ci sembra l’unica opzione possibile.

Pulizia dell’identità digitale

Categories I genitori devono sapere, socialePosted on

Pulire la propria identità digitale non significa sparire da Internet né vivere nell’illusione
dell’invisibilità. Significa una cosa molto più concreta: ridurre la quantità di informazioni
pubbliche, persistenti e facilmente correlabili
che parlano di noi senza che ce ne rendiamo conto.

Oggi la nostra identità online non viene letta solo da persone, ma da algoritmi, sistemi di selezione
del personale, piattaforme pubblicitarie, data broker e, sempre più spesso, da istituzioni.
In questo contesto, non gestire la propria identità digitale equivale a delegarla completamente a terzi.

Idea chiave

Il problema non è “avere qualcosa da nascondere” ma capire che, un contenuto fuori contesto
o una correlazione automatica, può diventare una storia su di te che non hai mai raccontato.

Legenda rapida

Indicizzazione: Quando Google/Bing archiviano una pagina e la rendono trovabile.
De-indicizzazione: (de-referencing) Rimozione di un risultato dal motore (il contenuto può restare online).
Data broker: Aziende che aggregano e rivendono profili ottenuti da fonti pubbliche e correlazioni.
Doxxing: Pubblicare dati personali per pressione, molestia o danno.
OSINT: Raccolta di informazioni da fonti pubbliche (lo fanno curiosi e truffatori).
2FA: Accesso con due fattori: password + app/codice/chiavetta.
Metadati / EXIF: Dati “nascosti” nelle foto (data, dispositivo, a volte posizione).
Shadow profile: Profilo “ombra” costruito da incroci (rubriche, contatti, pixel, login).

 

L’equivoco di fondo: l’identità digitale non è un profilo social

Uno degli errori più diffusi è pensare che la propria identità online coincida con Facebook o Instagram.
In realtà è una stratificazione: risultati dei motori di ricerca, immagini indicizzate,
vecchi commenti, profili dimenticati, database di terze parti, contatti caricati da altri, metadati delle fotografie.

Non serve aver pubblicato contenuti “sbagliati”. Basta aver lasciato tracce coerenti nel tempo:
nome, email, telefono, città, relazioni. Internet funziona per correlazione, non per intenzione.

Fase 1 – Mappare ciò che esiste (audit)

Il primo passo non è cancellare, ma cercare: nome e cognome su Google (con e senza virgolette),
vecchi nickname, email, numeri di telefono. Fondamentale anche la ricerca per immagini.

Google offre uno strumento dedicato per individuare dati personali nei risultati e chiederne la rimozione:

https://myactivity.google.com/results-about-you

È importante chiarirlo: questa procedura non cancella il contenuto dal sito originale,
ma ne riduce drasticamente la visibilità.

Fase 2 – Sicurezza prima della pulizia

Pulire senza mettere in sicurezza è inutile. Password riutilizzate e account senza protezioni rendono
reversibile qualunque bonifica. Password uniche, password manager e autenticazione a due fattori sono
oggi igiene digitale di base.

Fase 3 – Cancellazione, rimozione, de-indicizzazione

I contenuti online possono essere cancellati, rimossi dai siti che li ospitano, oppure de-indicizzati dai motori.
Il “diritto all’oblio” nel contesto europeo riguarda soprattutto la rimozione dei risultati associati al nome,
non la cancellazione universale dei contenuti.

Il livello invisibile: i data broker

Anche con profili privati, esistono aziende che aggregano dati pubblici e costruiscono schede personali rivendute a terzi.
Qui la pulizia richiede richieste di opt-out o servizi dedicati: è noioso, ma riduce la profilazione indiretta.

Data broker: dove verificare e come chiedere la rimozione

Anche se i profili social sono privati, molte informazioni personali possono comparire su siti
di data brokerage: piattaforme che aggregano dati da fonti pubbliche,
vecchi archivi online e correlazioni automatiche.

Qui sotto trovi alcuni dei principali servizi utilizzati per ricerche informali,
verifiche “reputazionali” e screening non ufficiali, con i link diretti
per la verifica o la richiesta di rimozione (opt-out).

Nota: molti di questi servizi sono soggetti a normative diverse (USA, UE).
Le procedure di rimozione possono richiedere email di conferma o ripetersi nel tempo,
perché i dati possono essere reimportati da fonti pubbliche.

Configurare i social per non essere indicizzati

Facebook

Disattiva l’indicizzazione del profilo sui motori di ricerca esterni e abilita la revisione tag.

Instagram

Un profilo pubblico può essere indicizzato: l’opzione più robusta è impostare l’account come privato.

LinkedIn

LinkedIn è progettato per la visibilità: valuta cosa rendere pubblico e disattiva il profilo pubblico se non ti serve.

TikTok

Imposta account privato e disattiva suggerimenti basati su contatti e rubrica.

X (ex Twitter)

Proteggi i post se è un profilo personale e riduci la scopribilità via email/telefono.

Minori: la parte più delicata

Un minore non dovrebbe avere un’identità digitale pubblica persistente. Non per moralismo,
ma perché non può dare consenso informato a lungo termine. Foto innocenti oggi diventano dati permanenti domani.
Tag con scuola o sport rendono una persona tracciabile per anni.

Australia, GDPR e identità digitale: perché la verifica dell’età cambia tutto

La spinta australiana verso limiti d’età sui social introduce un principio semplice: la responsabilità non è del minore,
ma della piattaforma. Per rispettare questo tipo di obbligo, le piattaforme devono introdurre
sistemi di age verification (verifica) o age assurance (stima/garanzia).

Qui nasce un conflitto tecnico e giuridico inevitabile: per proteggere bisogna verificare,
e verificare significa raccogliere dati. Il GDPR europeo, al contrario, impone minimizzazione e finalità precise:
raccogliere solo ciò che serve e non riutilizzarlo “per altri scopi”.

L’Europa si muove verso l’identità digitale tramite wallet (EUDI): sulla carta un modello più equilibrato,
ma nella pratica tutto dipenderà da implementazione, governance e controlli sui riusi.

Identità digitale e rischio di “credito sociale”

Parlare di “credito sociale” in Europa spesso è impreciso. Il rischio reale è più sottile:
decisioni automatiche basate su profili digitali incompleti o fuori contesto.
Se identità verificata, accessi ai servizi e reputazione digitale si agganciano troppo,
l’errore algoritmico può diventare conseguenza concreta.

La difesa individuale più efficace resta sorprendentemente semplice: ridurre ciò che è pubblico,
persistente e correlabile. È la ragione pratica per cui la pulizia dell’identità digitale diventa necessaria.

USA e “ultimi 5 anni di social”: perché se ne parla

Negli Stati Uniti l’idea che i social possano entrare in procedure amministrative (visti, ingresso, controlli)
non è fantascienza. Traduzione pratica: un contenuto ironico o ambiguo fuori contesto può diventare un problema reale,
anche senza alcuna “colpa”. In questo scenario, ridurre l’esposizione pubblica e separare le identità
diventa anche una forma di prudenza.

Recruiter e social: il colloquio senza diritto di replica

Sempre più selezionatori consultano i social dei candidati. Non sempre lo dichiarano e non sempre distinguono
tra vita privata e professionale. Un profilo pubblico personale diventa, di fatto, un colloquio permanente.
Separare identità e limitare l’indicizzazione è strategia, non paranoia.

Conclusione

La pulizia dell’identità digitale non è una fuga: è un atto di governo consapevole.
In un mondo che va verso identità verificate e accessi condizionati, la tutela non è l’anonimato assoluto,
ma ridurre ciò che è inutile, permanente e fuori controllo.
Chi non gestisce la propria identità digitale, prima o poi la vedrà gestita da altri.

Nota: i link alle impostazioni dei social possono cambiare nel tempo (menu e URL vengono aggiornati dalle piattaforme).
Se un link non apre la schermata prevista, cerca la voce equivalente nelle impostazioni di privacy.

Social vietati sotto i 16 anni? No: ecco cosa ha davvero deciso l’Europa il 26 novembre

Categories newsPosted on

Il 26 novembre non è stata approvata una legge

Il Parlamento europeo non ha approvato un divieto. Ha approvato una risoluzione non vincolante, un segnale politico che non cambia nulla nell’immediato.

Non ci sono nuove regole operative, non ci sono account chiusi, non ci sono obblighi per le piattaforme.

È semplicemente un orientamento che invita la Commissione europea a proporre una futura legge. Parliamo di tempi lunghi: anni, non settimane.

Cosa chiede davvero la risoluzione

Se un domani venisse trasformata in legge, lo schema sarebbe questo:

Sotto i 13 anni: divieto totale di accesso ai social.

13–16 anni: accesso solo con consenso verificato dei genitori.

Dai 16 anni: accesso libero.

Ad oggi non è in vigore nulla di tutto questo.

Perché i titoli sono falsati

“Sotto i 16 vietato” è un titolo che funziona per fare clic. Peccato che non sia vero, generi panico e impedisca ai genitori di capire cosa sta accadendo davvero. Serve trasparenza, non slogan.

Un punto scomodo: nel 2018 l’Italia ha già abbassato a 14 anni l’età del consenso digitale

Quando il GDPR è diventato operativo, la soglia europea standard era 16 anni, con possibilità per gli Stati di abbassarla fino a 13. Nel 2018 il governo Gentiloni ha scelto 14 anni per il consenso autonomo al trattamento dei dati dei minori.

Una scelta oggi criticata perché ha creato un divario tra età reale e maturità digitale, non è stata accompagnata da strumenti per le famiglie, non ha previsto una reale verifica dell’età e ha lasciato scuole e genitori soli a gestire tutto.

È un precedente importante: dimostra quanto sia facile semplificare un problema complesso con un numero in un decreto.

Il vero nodo del futuro: la verifica dell’età e il rischio dell’identità digitale obbligatoria

Se l’Europa renderà vincolante il modello 13–16, dovrà risolvere il punto più critico: come verificare l’età?

Le strade sono poche:

– caricamento di un documento d’identità;

– sistemi biometrici, come il riconoscimento facciale con stima dell’età;

– collegamento ai servizi digitali tramite identità digitale certificata.

Sono soluzioni che aprono scenari delicati: database con milioni di documenti di minori, rischio di sorveglianza strutturale, furti d’identità, esclusione digitale delle famiglie fragili e un precedente tecnologico che potrebbe estendersi a molti altri contenuti online.

Quando si tutelano i minori, non bisogna creare per errore una nuova infrastruttura di controllo.

Il precedente dei siti porno: tanti titoli, poca realtà

Qualche mese fa si è parlato molto di “verifica dell’età obbligatoria” per la pornografia. La realtà è stata semplice: 48 siti bloccati in Italia, aggirati in poche ore con VPN e nuovi domini, senza alcuna reale protezione dei minori e senza modifiche concrete nelle abitudini online.

È un esempio perfetto: la tecnologia non perdona le scorciatoie politiche. I divieti senza strumenti concreti non servono.

Proteggere i minori non si fa con i numeri

Un dodicenne accompagnato è più protetto di un quattordicenne lasciato solo davanti allo schermo. Un genitore presente vale più di qualsiasi decreto.

Le priorità vere sono: piattaforme conformi al Digital Services Act, strumenti genitoriali semplici, scuole che insegnano competenze digitali, famiglie supportate e tecnologie che proteggono senza trasformarsi in sistemi di sorveglianza.

Conclusione

I genitori hanno diritto alla verità. L’Europa non ha vietato i social sotto i 16 anni.

Il 26 novembre non è cambiato nulla nella vita dei ragazzi.

La sfida reale riguarda la verifica dell’età, la sicurezza dei minori e il rischio di costruire sistemi di controllo più invasivi dei problemi che vogliono risolvere.

La trasparenza, non i titoli sensazionalistici, è ciò che permette davvero ai genitori di proteggere i figli.


🔒 La tua privacy vale più di un like

Categories news, socialePosted on

👀 Perché ti deve interessare subito

La privacy a volte sembra roba da adulti. Ma pensa a questo:

  • Pubblicare una foto davanti a scuola dice a tutti dove sei ogni giorno.
  • Inoltrare lo screenshot di una chat di classe vuol dire regalare conversazioni private a chiunque.
  • Entrare in un canale WhatsApp pensando sia “privato” è un errore: chiunque abbia il link può leggere gli ultimi 30 giorni di aggiornamenti, anche senza seguirti.
➡️ Non è futuro lontano: è adesso.

🛡️ I tuoi diritti (anche se hai 14 anni)

In Italia ci sono regole speciali per proteggere i dati dei minori:

  • Se hai meno di 14 anni, per molti servizi serve il consenso di mamma/papà.
  • Dai 14 anni in su puoi esercitare diritti come:
    • chiedere la cancellazione di dati e foto;
    • far rimuovere un contenuto che ti riguarda;
    • sapere chi ha i tuoi dati e come li usa.

👉 Questo si chiama GDPR: il regolamento europeo che ti protegge online.

🎭 Social Hacking: la trappola non è un virus, è psicologica

Molte truffe non vengono da un hacker con il cappuccio, ma da messaggi studiati per farti cascare.

Esempi:

  • “Ho sbagliato numero, chi sei?” → parte la chiacchiera, poi ti chiede una foto.
  • “Hai vinto una gift card” → clicchi e inserisci dati.
  • “Sono l’amico dell’amico di tua sorella, mi dai il contatto?” → può finire in truffa o furto d’identità.
📌 Regola d’oro: se qualcuno insiste, ti fa fretta o ti chiede dati → probabile trappola.

Mini-quiz (2 minuti)

  1. Se ti dicono “devi cliccare ora”, rispondi no grazie.
  2. Se qualcuno ti chiede foto private: non inviare, parla con un adulto di fiducia.
  3. Se ti offrono soldi per condividere il tuo account: mai.

📡 Wi-Fi pubblico = sniffing (tradotto: ti leggono le chat)

Connettersi al Wi-Fi gratuito del bar o della stazione è comodo. Ma attenzione: chi è sulla stessa rete può “sniffare” i pacchetti, cioè intercettare quello che invii.

Questo può esporre: password, messaggi, foto.

⚡ Checklist veloce (quando sei su Wi-Fi pubblico):

🔒 NO home banking, NO inserimento password importanti, NO invio di foto personali.
📶 Se proprio devi usare internet: usa i dati del cellulare o una VPN affidabile.
🛑 Evita reti con nomi strani tipo “WiFi gratuito” senza conferma del locale.

💔 Revenge porn: non è colpa tua, ma devi reagire subito

Il revenge porn è la diffusione di foto o video intimi senza consenso. Capita spesso tra coetanei e a volte “per scherzo”. Non è mai uno scherzo: è un reato.

Cosa fare se succede

  1. Non avere vergogna: chiedi aiuto, non sei colpevole.
  2. Non pagare mai chi minaccia di diffondere foto (ricatto).
  3. Salva prove (screenshot, chat, link).
  4. Segnala subito:
    • Garante per la protezione dei dati personali – sezione minori/revenge porn (usa il sito ufficiale del Garante).
    • Polizia Postale – denuncia immediata (usa il portale della Polizia Postale).
    • Telefono Azzurro – 19696 (supporto e ascolto per minori).

📢 WhatsApp Canali: NON sono privati

Chiariamo:

  • I canali su WhatsApp sono pubblici per definizione.
  • Chiunque abbia il link può leggere gli ultimi 30 giorni di post, anche senza seguire il canale.
  • I numeri di telefono degli iscritti non sono mostrati al pubblico, ma i contenuti sì.
⚠️ Quindi: se pubblichi lì, è come scriverlo su un muro.

✅ Checklist da attaccare in camera

  • 🚫 Disattiva geotag nelle foto (controlla le impostazioni della fotocamera).
  • ⛔ Non inoltrare screenshot di chat senza il permesso di tutti gli interessati.
  • 🕵️‍♂️ Diffida di chi ti scrive con troppa fretta o ti promette regali facili.
  • 📡 Su Wi-Fi pubblico: mai inserire credenziali o inviare foto private.
  • 📱 In caso di problemi: segnala al portale della Polizia Postale, al Garante e chiama Telefono Azzurro (19696).

📞 Numeri utili

Polizia Postale
Portale e servizi per segnalare reati informatici o contenuti illeciti.
Telefono Azzurro
Numero: 19696
Supporto per minori: ascolto, orientamento, supporto psicologico.
Garante Privacy (Italia)
Sito ufficiale con sezioni dedicate a minori e rimozione contenuti.

🔁 Per i più grandi: lavoro, recruiter e responsabilità legale (17/18+)

Questa sezione è pensata per chi sta per compiere 18 anni o li ha appena compiuti: consigli pratici su recruiter che chiedono accesso ai social, falsificare l’età e responsabilità dei genitori.

Ti chiedono l’accesso ai social? Dieci secondi e basta

Quando cerchi lavoro o stage, potresti incontrare richiesta di controllare i tuoi profili social. Fermati e valuta:

Regole pratiche:

  • Mostrare contenuti pubblici (post, bio) può andare bene; non condividere account privati o password.
  • Se un’azienda chiede di vedere i messaggi privati (DM), è una richiesta invasiva — non cederla.
  • Puoi offrire uno screenshot pubblico del profilo (solo se non mostra messaggi privati) o dare link ai tuoi profili pubblici.

Se senti pressione o ricatto, documenta la richiesta (email o messaggio) e segnala al referente HR o, se necessario, alle autorità competenti.

Fingersi maggiorenne per servizi “solo adulti”: pericolo legale

Mentire sull’età per iscriversi a servizi riservati agli adulti è rischioso. In alcuni casi può configurare reati come la sostituzione di persona o comportare conseguenze contrattuali/penali.

⚠️ Non scherzare con i servizi per maggiorenni: può finire molto male.

Se sei minorenne: la responsabilità dei genitori

Fino a quando sei minorenne, alcune azioni online rientrano nella responsabilità civile e, talvolta, penale dei genitori o dei tutori. Questo significa che i genitori possono dover rispondere per danni causati dal comportamento online dei figli.

In pratica:

  • Creare profili falsi o partecipare a campagne di diffamazione può portare a richieste di risarcimento.
  • I genitori devono vigilare: non si tratta di “spiare sempre”, ma di educare e intervenire quando serve.

📌 Per chi è maggiorenne (17/18+): regole chiare

  • Se sei maggiorenne sei responsabile in prima persona dei post, commenti e immagini che condividi.
  • Non falsificare l’età: può essere reato di sostituzione di persona o altre fattispecie.
  • Se un’azienda ti chiede dati o accessi troppo invasivi, chiedi chiarimenti scritti e rivolgiti a un referente HR serio.

Checklist adult-style

Situazione Cosa fare
Azienda/reclutatore chiede accesso a messaggi o password Rifiuta: è invasivo. Mostra solo contenuti pubblici o link ai tuoi profili. Segnala se insistono.
Ti chiedono di mentire sull’età per una piattaforma “solo adulti” Rifiuta. Può essere reato. Non cedere.
Comportamenti online che possono danneggiare altri (diffamazione, profili fake) Non partecipare. Fino ai 18 i genitori possono essere coinvolti; dopo i 18 sei tu direttamente responsabile.

🎯 Conclusione – cosa mettere in testa

La tua immagine, i tuoi dati e quello che scrivi valgono più di un like. Proteggerti non è paranoia: è rispetto per te stesso.

  • Mai condividere password o messaggi privati, neanche con recruiter.
  • Non falsificare l’età.
  • Agisci sempre con consapevolezza: una foto, una chat, una bio possono durare per sempre.

La tua immagine online è potere: usala bene, con testa, lucida e libera.

L’era dell’educazione digitale…treno perso?

Categories I genitori devono sapere, newsPosted on

La proprietà intellettuale degli algoritmi solleva molte questioni, soprattutto quando si parla di trasparenza e responsabilità. Le grandi compagnie proteggono spesso i loro algoritmi come “segreti commerciali” per evitare che i concorrenti ne facciano uso, ma questo rende difficile capire se questi algoritmi operano in modo equo o sono progettati per servire interessi aziendali specifici.

Un esempio è quello degli algoritmi dei social media, dove spesso si sospetta che il loro design sia fatto per massimizzare il tempo trascorso dagli utenti, piuttosto che promuovere contenuti di qualità o affidabili. Senza una normativa che imponga trasparenza o accesso agli algoritmi per verifiche esterne, rimane difficile sapere come vengano effettivamente modellati.

In effetti, mentre il GDPR ha fatto passi avanti in termini di protezione dei dati personali, non esistono ancora normative specifiche che impongano alle aziende di rivelare dettagli su come i loro algoritmi influenzino decisioni automatizzate o sulla trasparenza del loro funzionamento.

Negli ultimi anni, si è parlato di creare una sorta di “algoritmic accountability” o responsabilità algoritmica, ma l’implementazione resta complessa.

In Italia mancano sia un’educazione digitale di base nelle scuole, sia iniziative di sensibilizzazione per genitori e famiglie. Questo lascia molti giovani senza guida, in un ambiente digitale che può esporli a rischi, come la gestione dei dati personali, contenuti inappropriati e un uso problematico delle piattaforme social.

In Paesi come la Francia o la Germania, esistono progetti di educazione digitale che iniziano già dalla scuola primaria e coinvolgono anche i genitori per promuovere una cultura digitale responsabile.

In Germania, ad esempio, esistono programmi strutturati di “media literacy” che iniziano già nella scuola primaria. I bambini vengono educati sui rischi e benefici dell’uso di internet, con un focus particolare sulla protezione della privacy, il cyberbullismo e l’uso consapevole dei social media. Spesso vengono coinvolti anche i genitori, con corsi paralleli, per dare loro strumenti adeguati a monitorare e guidare l’uso dei dispositivi digitali da parte dei figli.

In Francia, l’educazione digitale è obbligatoria in molte scuole. I programmi includono nozioni basilari di informatica, la navigazione sicura e l’etica digitale. Il governo ha introdotto anche leggi più restrittive sul tempo di utilizzo degli smartphone nelle scuole, vietando l’uso dei dispositivi mobili nelle ore di lezione. Questo approccio punta a insegnare agli studenti l’importanza di bilanciare l’uso della tecnologia con altre attività, ma anche a sensibilizzarli sulle questioni di sicurezza e privacy online.

Entrambi i Paesi riconoscono l’importanza di una formazione digitale strutturata fin da piccoli per preparare le nuove generazioni a navigare in rete in modo sicuro e consapevole.

In Italia, il dibattito pubblico spesso trascura questioni fondamentali come l’educazione digitale, e molti temi cruciali passano in secondo piano a favore di argomenti che generano discussioni più immediate ma meno impattanti sul lungo termine. Questo porta a un vuoto educativo che i genitori non sempre sono pronti a colmare, né hanno gli strumenti o le competenze per farlo.

La mancanza di consapevolezza tra i più giovani sui rischi legati al web, come il cyberbullismo, la diffusione incontrollata di contenuti o l’esposizione a siti inappropriati, è davvero preoccupante. I ragazzi, senza un’educazione digitale adeguata, non percepiscono le conseguenze delle loro azioni online, anche perché non hanno riferimenti che spieghino loro i pericoli e le responsabilità del mondo digitale.

Forse una soluzione potrebbe essere creare programmi educativi obbligatori che coinvolgano sia scuole che comunità, con figure competenti e formate sul tema. In altri Paesi, si lavora con professionisti specializzati nell’infanzia e adolescenza per creare contenuti mirati a sensibilizzare sui rischi digitali.

Purtroppo ho assistito personalmente a qualche incontro che la polizia postale tiene nelle scuole, sia quelli destinati ai ragazzi che quelli destinati ai genitori. Mi duole dirlo ma sono tremendamente inefficaci: non si centra mai l’obbiettivo. Si parla di cronaca nera per impaurire, senza spiegare le leggi o le regole. Mai è stato nominato il trattamento dei dati che in Italia è fissato a 14 anni.

Ricordiamo a tutti gli utenti, genitori di ragazzi, che possono scriverci per chiedere supporto.

Ten Ten Diciamo la nostra

Categories I genitori devono sapere, newsPosted on

Benvenuti! Oggi dedichiamo qualche parola a Ten Ten, un’applicazione che sembra essere recentemente scoperta dal mainstream. È interessante notare che i commenti sugli store di app risalgono anche a quattro anni fa.

Vorrei evidenziare alcuni concetti importanti per chi ci segue. Per legge, è necessario avere almeno 14 anni per accettare il trattamento dei dati personali. Inoltre, in Italia, non è possibile avere un’email prima dei 14 anni senza un parental control, che permette di creare un’email per i minori di 14 anni. Se nel telefono di vostro figlio ci sono applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp, dovreste essere voi genitori ad aver dato il consenso tramite un parental control.

State permettendo che vostro figlio/a sia profilato dalla tenera età.

È vero, questa app Ten Ten può essere considerata uno spyware, poiché richiede molti permessi per funzionare. Nei suoi termini di utilizzo, che abbiamo tradotto e letto, non nasconde che tracceranno i vostri movimenti, raccoglieranno i vostri contatti e monitoreranno l’ora in cui ricevete messaggi e da chi.

Sembra spaventoso, ma tranne che per i permessi necessari per funzionare in background, ovvero sempre attivi quando il telefono è acceso, questa raccolta dati è comune a molte app social. Immaginate se WhatsApp o Telegram leggessero automaticamente i messaggi vocali nel momento in cui li ricevete, a qualsiasi ora…

Future generazioni a confronto

Categories I genitori devono sapere, news, socialePosted on

Questo post nasce da una riflessione fatta al cinema. Sono andato a vedere il film “Civil War”. Non sono un cinefilo, quindi questa non è una recensione o una valutazione di valore. A me è sembrato un bel film. Non è stato quello che credevo: gli americani i più fighi del mondo… il film mostra uno spaccato di vita dei fotoreporter e degli inviati di guerra.

Il film è classificato come +14 eppure davanti a me si è seduta una famiglia con un bambino tra gli 8 e i 10 anni. Non sapevo della classificazione +14, ma già le pubblicità prima del film non erano certo adatte a un bambino. Il bambino si presentava con una tuta della Nike, scarpe Jordan, una vistosa collana al collo e capelli biondi. Nella prima scena del film, una bomba esplode su suolo americano e il bambino ad alta voce dice: “È arrivato Putin in America!!” e il padre fa “Shhhhhhh”. La madre, per la maggior parte del film, ha scrollato il telefono tra Instagram, TikTok e WhatsApp, facendo anche foto allo schermo per condividerle chissà con chi.

Perché questa descrizione? Perché purtroppo riscontro che molte famiglie siano simili. Tutti diranno “la mia no…”, ma sicuramente qualcuno lo sarà e dirà “la mia no…”. Di mattina presto o prima di andare a letto, chiedo a mio figlio di collegarsi al gioco Brawl Stars e di vedere quanti suoi compagni di classe sono online a giocare: Troppi…..

Domenica mattina alle 8:30 ci sono già 5 compagni online che giocano… la sera durante i giorni feriali alle 10:45 ci sono 7/8 compagni che giocano, ma la cosa peggiore è quando è stato malato che mi ha fatto vedere che ci sono bambini che giocano in classe ed erano online durante l’ora di lezione.

Non mi stupisco, vi invito a vedere le live di TikTok in orario scolastico e vi stupirete di quante live da scuola ci siano di ragazzi e ragazze in diretta dal proprio banco o da una classe vuota. Ricordiamo che le regole di TikTok stabiliscono che prima dei 18 anni non si possa andare in live.

Una notte sono entrato nelle live di TikTok e c’erano due ragazzine che non arrivavano ai 12 anni e che avevano circa 1500 persone connesse e nei commenti chiedevano loro di mostrare i piedi in cam. La tenerezza provata quando loro due si sono guardate e ad alta voce si sono dette: “Ma perché ci chiedono in tanti di far vedere i piedi?”

I lupi sono in agguato…… SEGNALIAMO TUTTI I MINORI IN LIVE !!!!!!!! Come si fa a segnalare un minore in live? Nella finestra della live, premere sui 3 puntini … Poi si clicca su SEGNALA, TUTELA MINORI, SOSPETTO DI UTENTE MINORE

Il grosso problema di TikTok, che abbiamo già affrontato in altri articoli, è che è studiato per rincoglionire le persone. L’algoritmo è violento ed è programmato ad hoc per proporre contenuti futili. Ti studia, capisce cosa ti interessa e vedrai che ti manderà un mix tra il più futile e quello che ti fa rimanere più possibile attaccato allo schermo.

Sono veramente preoccupato per i ragazzi. Nei nostri incontri di persona nelle scuole o nei centri giovani diciamo sempre che la prevenzione si fa nelle scuole elementari e alle medie già è molto più complesso.

Diamo uno sguardo verso la nazione che questa app e il suo algoritmo hanno performato.

Premesso che è stato detto che l’algoritmo di TikTok e quello di Douyin (versione cinese di TikTok) sono diversi in quanto il secondo spinge contenuti edificanti, patriottici e non effimeri.

https://guruhitech.com/la-versione-cinese-di-tiktok-mostra-contenuti-totalmente-differenti/

Translator

Vi condivido alcuni video che aiuteranno a farsi un’idea sulla differenza di abitudini scolastche e ludiche. Da queste si puo’ ipotizzare gli adulti che saranno questi bambini.

Translator

 

Translator

 

Translator

Diamo uno sguardo alle attività dei bambini cinesi: Rimango sorpreso paragonando le attività dei nostri ragazzi con le loro:

Translator

 

Anti stress per chi sta tanto a sedere, una  tecnica presa sul serio non come un gioco o con imbarazzo e vergogna

Translator

 

Assolutamente contrario. Esercitazioni militari alle elementari

Translator

 

Coorinamento e ballo

Translator

 

Un Aspetto ludico sicuramente molto preoccupante. Se arrivasse da noi non permettiamolo!

Finestra sul mondo del web: dal diritto alla privacy per adulti e bambini alla privacy e alla sicurezza informarica con Greenpass e Immuni

Categories I genitori devono sapere, news, socialePosted on

Iniziamo con la privacy:

Durante i 12 anni della nostra attività, abbiamo potuto sincerarci che il diritto alla privacy non viene quasi mai percepito o reclamato.
Tutti i servizi che utilizziamo in forma gratuita possono esserlo solamente perché accettiamo di cedere informazioni personali, di nostra esclusiva proprietà, al gestore del servizio tramite la spunta in fondo a un’interminabile pagina di regole che spesso sono accettate senza essere lette. A volte queste regole si riferiscono all’uso dell’applicazione stessa come “quando e per quanto tempo la usiamo” o “cosa ci soffermiamo a leggere”. Altre volte acquisiscono informazioni come la nostra “posizione” o “con chi interagiamo “, informazioni chieste per migliorare il servizio. In entrambi i casi, questi dati sono spesso ceduti a terze società. 
Queste informazioni nel totale descrivono tutta la nostra vita. Soli, dietro ad un monitor o a un dispositivo, pensiamo, sbagliando, di poter fare qualsiasi ricerca in modo anonimo, soprattutto quelle che a volte ci vergogniamo anche a raccontare!  Questa profilazione, non dovrebbe essere tollerata. Non dovrebbe essere accettata dagli adulti, approdati al web in età avanzata con ‘capacità e libertà di scelta’ né dovrebbe essere accettata se non addirittura proibita per le nuove generazioni. Quello che ci domandiamo è: che libertà avrà un adulto nel 2030 che è stato targetizzato fin dall’età di 8 anni? Se noi adulti per primi cediamo ogni nostro dato non dando il giusto peso al diritto alla privacy come potranno i nostri figli avere una giusta visione dell’importanza di questo diritto se in più ci aggiungiamo l’esposizione a tutte le intelligenze artificiali che usano la scienza predittiva come mezzo per plagiare e modellare l’utente e il mercato del futuro?

Partendo dal diritto alla privacy vorremmo fare una riflessione su un argomento molto delicato e attuale come il greenpass.
 Quello che segue è un semplice ragionamento che ha l’intento di portare ad una riflessione più ampia che coinvolge privacy, sicurezza informatica e greenpass.

Da qualche mese è stato istituito un procedimento che si chiama greenpass che sarà attivo dal 1 Luglio 2021.
 Questa certificazione è stata strutturata nel rispetto della privacy per cui fra i dati sensibili sanitari non dovranno comparire informazioni come “guarigione”, “vaccinazione”, “tampone negativo”, dati che nessuno è tenuto a rilasciare.

La certificazione potrà essere cartacea o in forma digitale.

Quest’ultima modalità ha una maggiore sponsorizzazione perché di facile fruizione.  Ma ricordiamoci che tutto quello luccica non è oro!!! Per la gestione di questi dati infatti è stata scelta l’applicazione “Immuni” dopo che l’applicazione “Io” (applicazione governativa che detiene i dati bancari di chi ha usufruito del cashback) è stata bocciata dal garante della privacy per problemi riguardanti la sicurezza dei dati e di alcuni server esteri.

A parer nostro la scelta “alla meno peggio” è molto rischiosa. Non dovremmo dimenticarci che solo pochi mesi fa l’applicazione Immuni aveva dato molti problemi tanto da essere stata definita da molti un flop. E’ stata riscontrata una errata analisi dei contatti fra persone e l’impossibilità di dichiararsi positivi affinchè si potesse fare un’analisi dei contatti e questo nonostante sia Apple che Google abbiano fatto un importante aggiornamento software per riuscire a far dialogare fra loro i segnali bluetooth.

Dunque è stato deciso che questa applicazione diventerà l’App per avere un certificato digitale. Sono due le domande che le persone dovrebbero farsi: per avere un pass veloce a chi sto cedendo i miei dati sensibili sanitari? Cosa sto accettando per avere il certificato in forma digitale?

Non dimentichiamo che in più di un’occasione nel passato piattaforme e database hanno dimostrato di non essere sicuri ma anzi facilmente violabili. Basta leggere la notizia del furto dei dati sanitari completi (nome, cognome, P.Iva, stato vaccinale o no ecc…) dell’ordine nazionale degli psicologi.

https://www.cybersecitalia.it/vaccini-database-con-dati-di-74-milioni-di-italiani-in-vendita-a-5mila-dollari-il-caso/12064/

Inoltre molto probabilmente usando questa applicazione, si acconsente anche al tracciamento dei propri spostamenti e poco importerà se sarete in regola con il greenpass perché se il sistema Immuni vi segnalerà come contatto di un positivo (che sia vero o sia il risultato di un errore informatico) rischierete di finire in quarantena come specificato dall’istituto superiore di sanità:

https://www.iss.it/covid19-faq/-/asset_publisher/yJS4xO2fauqM/content/se-una-persona-vaccinata-con-una-o-due-dosi-viene-identificata-come-contatto-stretto-di-un-caso-positivo-bisogna-adottare-le-misure-previste-per-i-contatti-stretti-

E allora, libera scelta sempre, ma a seguito di queste riflessioni perché  se dovete recarvi ad un evento dove è necessario il greenpass non farselo stampare in farmacia invece di installare applicazioni con un non chiaro livello di sicurezza?

 

Seguici su TELEGRAM o su FACEBOOK e condividi questo articolo con più persone possibili

Cosa deve leggere un genitore nel 2021

Categories I genitori devono sapere, newsPosted on

Chi ci segue da anni saprà che monitoriamo la rete e cerchiamo di diffondere informazioni ai genitori e agli addetti ai lavori del mondo dell’infanzia. Oggi questo articolo vuole mettervi a conoscenza di una pubblicazione molto importante. Questa pubblicazione è moderna, dettagliata, con molte fonti a disposizione del lettore. Vogliamo dire che è una pubblicazione necessaria e che stavamo aspettando.

LA TRAGEDIA SILENZIOSA

di Ettore Guarnaccia

Come il digitale sta plasmando e minacciando le nuove generazioni
(ai tempi del COVID-19)

Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito all’avvento e alla diffusione di massa di social network, smartphone e app. Nello stesso periodo, si è osservato un costante aumento di disturbi psicologici, depressione, ansia e suicidi, soprattutto fra i più giovani.

Non è un caso.

In un post, che è stato letto da oltre 20 milioni di persone, la psicoterapeuta canadese Victoria Prooday ha definito questo fenomeno come “la tragedia silenziosa”. Abbiamo investito molto sull’evoluzione tecnologica, ma non abbastanza in cultura ed educazione digitale.

  • Cyberbullismo
  • incitamento all’odio
  • disturbi alimentari
  • autolesionismo
  • isolamento sociale
  • babysitter digitali
  • pedopornografia
  • adescamento online
  • fenomeni emulativi
  • ipersessualizzazione
  • dipendenza tecnologica
  • ludopatia da videogiochi
  • gioco d’azzardo

Quante altre prove ci servono per svegliarci?

Tutto questo ha delle conseguenze sulle persone, sia sul piano mentale che fisico, in particolare per bambini e adolescenti. Secondo uno studio condotto dalla San Diego State University, per gli adolescenti che passano almeno 5 ore al giorno con smartphone e altri dispositivi digitali, il rischio di sviluppare depressione e tendenza al suicidio aumenta del 71%. Inoltre, l’isolamento, il distanziamento fisico e le relazioni a distanza dovuti alla pandemia da Coronavirus, stanno aggravando ulteriormente il problema. Non è troppo tardi per intervenire, ma è urgente prendere coscienza di come il digitale stia plasmando e minacciando le nuove generazioni, per poterne insegnare un uso proficuo, responsabile, rispettoso e sicuro.

Prefazione di Massimo Mazzucco

Mio nonno nacque nel 1895 e morì nel 1980. Visse quindi praticamente per intero il secolo scorso. Nell’arco della sua vita ha assistito a tutte le più grandi innovazioni tecnologiche del Novecento. Mi raccontava sempre di quando, all’età di 15 anni, andava alla Piazza d’Armi di Torino ad assistere ai primi tentativi di volo di un monomotore a elica: quando non si schiantava a terra, quel trabiccolo improvvisato riusciva a compiere anche 5060 metri sollevato per aria. Anche l’avvento della radio mi è sempre stato raccontato da mio nonno come un evento eccezionale, con intere famiglie che si riunivano ad ascoltare in rispettoso silenzio i segnali gracchianti che uscivano dai primi ricevitori. E così fu per l’avvento della televisione, che a partire dagli anni 50 iniziò a tenere compagnia agli italiani in casa loro.

Ma la cosa che mi ha più colpito nei racconti di mio nonno era che queste evoluzioni tecnologiche arrivavano nello spazio di 1020 anni l’una dall’altra, e soprattutto procedevano lentamente, come dire “a misura d’uomo”. I trabiccoli che si alzavano in volo in Piazza d’Armi ci hanno messo decine di anni prima di diventare dei DC3 da trasporto passeggeri, e ce ne sono voluti altrettanti prima che questi DC3 diventassero dei Jumbo Jet. In altre parole, il progresso procedeva ad una velocità che l’uomo riusciva sempre a percepire, che riusciva a registrare, e alla quale riusciva quindi ad adeguarsi nel corso del tempo.

Oggi invece non è più così. Oggi il progresso tecnologico è talmente veloce che le stesse generazioni che hanno visto una nuova rivoluzione non riescono più a stare dietro a quelle seguenti. Il mio è un esempio classico. Avevo trent’anni quando acquistai il primo computer Commodore 64. Imparai immediatamente a usarlo e ho sempre fatto ampio uso dei personal computer fino a oggi. Ma nel frattempo le nuove tecnologie basate sui telefonini mi hanno completamente spiazzato, e non riesco più a stare dietro ad ogni evoluzione. Addirittura mio figlio, che di computer si intende, a volte è costretto a rivolgersi a suo figlio, che ha soltanto 10 anni, per comprendere certi meccanismi dei social più diffusi che lui stesso non capisce.

Mentre mio nonno ha potuto vivere quasi un secolo di evoluzione tecnologica alla quale ha potuto comodamente adattarsi nel corso del tempo, per le generazioni più recenti non è più così. Chi nasce oggi non ha più riferimenti con il passato, perché quei riferimenti per lui sono già obsoleti, e lui stesso non fa in tempo ad adattarsi ai riferimenti attuali, che già anche quelli sono ormai superati.

Nel momento in cui la velocità dell’evoluzione tecnologica supera la velocità di crescita interiore dell’uomo, quest’ultimo si ritrova spiazzato, senza più punti di riferimento rispetto al passato. Naturalmente, la mancanza di riferimenti tecnologici con il passato va di pari passo con la mancanza di riferimenti storicosociali, perché ormai la tecnologia è la nostra storia.

L’aspetto più agghiacciante dell’accelerazione tecnologica è proprio questo: un uomo che si ritrova totalmente in balia dello strumento che tiene in mano, e che non è quindi più in grado di conoscere il proprio passato e di decidere il proprio futuro.

Fra coloro che subiscono questa crescente difficoltà di stare al passo, ci sono i genitori di oggi, molti dei quali non conoscono i meccanismi che regolano Internet, i social network e i moderni strumenti di comunicazione digitale, e spesso si sentono esclusi dal mondo virtuale in cui si destreggiano i figli. Questi ultimi, quindi, non possono sviluppare una reale competenza tecnologica né a casa né a scuola, eccezion fatta per l’abile interazione con smartphone e app, e sono quindi in balìa degli effetti che le evoluzioni tecnologiche hanno inevitabilmente sulla loro vita presente e futura.

Se i genitori non sanno fornire le giuste competenze e raccomandazioni per un uso sicuro degli strumenti tecnologici, i figli si avventurano senza preparazione nell’universo digitale, completamente esposti alle tante minacce presenti in rete e ai rischi derivanti. Le conseguenze non sono del tutto individuabili se non con anni di studi e ricerche, ma le tante evidenze che abbiamo già oggi a disposizione tracciano un quadro molto preoccupante che richiede un importante investimento in cultura e consapevolezza.

“La tragedia silenziosa” è uno dei pochi testi nel suo genere, che consente di aggiornarsi a 360 gradi sull’esperienza digitale di bambini e adolescenti, approfondire i vari fenomeni e restare al passo con l’evoluzione tecnologica degli strumenti digitali. La lettura consente a genitori ed educatori di conoscere e comprendere i principali fenomeni e le più gravi minacce dell’esperienza digitale dei più giovani, insieme alle migliori contromisure da adottare e alle raccomandazioni da trasferire ai figli per prevenire conseguenze nefaste sulla loro reputazione e sulla loro salute psicofisica, o per affrontare al meglio situazioni di disagio e sofferenza già in atto.

 

Il libro è acquistabile in forma cartacea e digitale, a breve anche come audiolibro, oppure attraverso il sito dell’autore www.ettoreguarnaccia.com

Per acquistarlo: https://www.amazon.it/dp/B08QRKV94L/

ETTORE GUARNACCIA

Manager, padre, autore di libri, divulgatore ed educatore digitale.

Manager strategico certificato nel settore dell’information technology, della cybersecurity e della gestione del rischio informatico, opera come group director di uno dei più grandi gruppi bancari a livello internazionale. Esperto di leggi e regolamentazioni applicabili ai sistemi informativi e alla sicurezza, vincitore del premio “Cultura, innovazione tecnologica e sicurezza informatica” assegnato nel 2017 dal Clusit per la campagna aziendale di consapevolezza “Connessi e Consapevoli” e per aver saputo trasmettere valore umano. In precedenza è stato CISO e CIO di uno dei più grandi gruppi bancari italiani e information security officer della business unit Italy di un grande gruppo bancario internazionale.

Genitore di un ragazzo adolescente della generazione Z, dal 2014 è educatore in materia di fenomeni e rischi del digitale per volontariato e ha incontrato oltre 3.000 fra bambini e adolescenti, e oltre 1.000 adulti in eventi di sensibilizzazione in istituti scolastici e associazioni, e in radio e televisione, su temi legati al cyberbullismo, ai fenomeni social, alla sessualità online, all’adescamento dei minori, alla dipendenza dalla tecnologia e alla ludopatia digitale. Nel 2017 ha ideato il progetto “Generazione Z” per rilevare l’esperienza digitale dei minori e individuare i fattori di rischio correlati su un campione di oltre 2.000 soggetti da 8 a 18+ anni con un questionario di ben 100 domande.

Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro “Generazione Z – Fotografia statistica di una generazione ipertecnologica e iperconnessa” in cui ha rappresentato i risultati statistici del progetto e analizzato i principali fenomeni e rischi legati all’uso e abuso del digitale. Nel 2020 ha pubblicato il secondo libro “La tragedia silenziosa” dedicato agli effetti del digitale sulla società negli ultimi 15 anni, con particolare focus sulle nuove generazioni. La sua opera di divulgazione si svolge anche attraverso il suo blog personale www.ettoreguarnaccia.com.

Sul suo canale YouTube https://www.youtube.com/c/EttoreGuarnaccia sono disponibili tutti i video dei suoi interventi di presentazione dei libri e di sensibilizzazione.