Digital Fairness Act: il problema non è solo vietare i social ai minori, ma impedire che vengano schedati

Categories I genitori devono sapere, socialePosted on

Il dibattito sui minori e i social network si sta concentrando sempre più spesso su una domanda apparentemente semplice: a che età un ragazzo dovrebbe poter accedere a una piattaforma? È una domanda importante, ma rischia di essere insufficiente. Perché il vero nodo non è soltanto l’ingresso del minore nel social, ma ciò che accade dopo: quali dati vengono raccolti, quali preferenze vengono dedotte, quali fragilità vengono intercettate, quali contenuti vengono spinti e quale identità digitale viene costruita intorno a un ragazzo che non ha ancora gli strumenti per comprenderne le conseguenze.

Il Digital Fairness Act, la nuova iniziativa europea pensata per rendere più corretto il rapporto tra utenti e servizi digitali, può diventare un passaggio decisivo proprio su questo terreno. L’Unione europea sta lavorando a una normativa che non riguarda soltanto la privacy in senso stretto, ma anche il modo in cui app, giochi, siti e social guidano le scelte degli utenti, li trattengono online, rendono poco chiare alcune decisioni o costruiscono esperienze commerciali difficili da riconoscere come tali. Non a caso, la Commissione europea ha consultato direttamente ragazze e ragazzi tra i 12 e i 17 anni per raccogliere le loro esperienze come consumatori digitali: app, giochi, siti e social possono essere utili e divertenti, ma possono anche spingere a restare collegati più del previsto, rendere troppo facile o confusa la spesa online e proporre scelte poco trasparenti. Link

Per Sicurezzaminori.org questo è il punto centrale: proteggere i minori non significa soltanto impedire un accesso sotto una certa età. Significa impedire che l’infanzia e l’adolescenza diventino materiale grezzo per sistemi di profilazione, raccomandazione e monetizzazione dell’attenzione.

Oggi molte piattaforme dichiarano limiti minimi di età. TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat e altri servizi indicano in genere i 13 anni come soglia minima per l’iscrizione. Ma la domanda vera è: quanto è reale questo controllo? Se basta inserire una data di nascita falsa, la tutela resta formale. Proprio su questo punto la Commissione europea ha contestato a Meta di non aver fatto abbastanza per impedire l’accesso di minori sotto i 13 anni a Facebook e Instagram. Il tema è enorme: non basta scrivere nei termini di servizio che una piattaforma è vietata ai più piccoli, se poi il sistema concreto non è in grado di far rispettare quella regola. Link

La stessa Unione europea riconosce che il problema non riguarda soltanto i contenuti vietati o pericolosi. Nella propria strategia per la protezione dei giovani online, la Commissione parla esplicitamente di piattaforme che possono usare funzioni progettate per tenere gli utenti collegati per ore, algoritmi capaci di spingere contenuti dannosi direttamente nel feed di un bambino e raccolta di dati personali per profilazione a lungo termine e pubblicità mirata. Il Digital Services Act ha già introdotto obblighi di protezione rafforzata per i minori e vieta la pubblicità mirata verso i minori sulle piattaforme online, ma il Digital Fairness Act può spingere il discorso oltre: non solo “quale contenuto vede il ragazzo”, ma “quale architettura lo sta osservando, trattenendo e classificando”. Link

Questo è il punto che spesso manca nel dibattito pubblico. Un minore non entra in un social come entra in una stanza neutra. Entra in un ambiente progettato per misurare comportamenti: quanto tempo guarda un video, su cosa si ferma, cosa scarta, cosa condivide, chi segue, a quali contenuti reagisce, quali emozioni sembrano trattenerlo. Ogni gesto diventa un segnale. Ogni segnale può diventare una categoria. Ogni categoria può diventare un profilo.

Per un adulto questo è già delicato. Per un minore è molto più grave. Perché quella profilazione nasce prima che la persona abbia piena consapevolezza di sé, dei propri diritti, della permanenza dei dati e del valore commerciale delle proprie reazioni. Il ragazzo non sta soltanto “usando un’app”: sta contribuendo, spesso senza capirlo, alla costruzione di una sua identità digitale. Un’identità che potrà influenzare i contenuti che vedrà, le pubblicità che riceverà, le opportunità informative, le pressioni commerciali e il modo in cui verrà letto dai sistemi automatici.

Da anni il dibattito sui minori online ruota intorno al controllo genitoriale. È giusto parlarne. Le famiglie hanno una responsabilità educativa reale. Ma sarebbe scorretto scaricare tutto sulle famiglie. Un genitore può installare strumenti di controllo, impostare limiti, parlare con i figli, seguire guide e consigli. Ma non può controllare da solo l’intera architettura algoritmica di una piattaforma globale. Non può sapere quali segnali vengono raccolti, come vengono pesati, quali contenuti vengono raccomandati, quali categorie vengono attribuite al figlio e per quanto tempo resteranno associate al suo comportamento.

Anche le iniziative educative delle piattaforme vanno lette con attenzione. TikTok, per esempio, mette a disposizione pagine dedicate alla sicurezza, materiali informativi, newsroom sul tema safety e progetti formativi rivolti anche al mondo della scuola. La guida “Genitori in Blue Jeans”, realizzata da Fondazione Carolina in collaborazione con TikTok, ricorda che la piattaforma è rivolta a utenti dai 13 anni in su e presenta strumenti come il collegamento famigliare, i limiti di utilizzo e le impostazioni di sicurezza. Sono strumenti utili, ma non risolvono da soli il problema se l’età dichiarata non corrisponde all’età reale o se alcune funzioni restano accessibili in contesti inappropriati. Link

L’esperienza concreta di Sicurezzaminori.org conferma questa distanza tra regole dichiarate e realtà quotidiana. Abbiamo segnalato a TikTok oltre cento profili riconducibili a minori impegnati in dirette durante l’orario scolastico o all’interno di ambienti scolastici. Le segnalazioni sono state effettuate utilizzando le voci previste dalla piattaforma, compresa quella legata alla tutela dei minori e al minore in live. Tuttavia, l’esito ricevuto è stato sempre lo stesso: “nessuna violazione riscontrata”.

Questo elemento merita attenzione. Se una piattaforma prevede nel proprio form una voce specifica per segnalare un minore in diretta, ma poi non consente nemmeno di allegare uno screenshot o un elemento documentale utile alla verifica, il sistema di controllo rischia di diventare inefficace proprio nei casi più delicati. Non sappiamo quale procedura venga applicata internamente da TikTok dopo una singola segnalazione o dopo poche segnalazioni sullo stesso profilo. È però legittimo domandarsi se, in assenza di elementi allegabili, il controllo finisca per basarsi soprattutto sui dati già presenti nell’account, come l’età dichiarata in fase di registrazione. E se quella data è falsa, il sistema può arrivare a non rilevare alcuna violazione anche davanti a situazioni che, osservate dall’esterno, appaiono chiaramente problematiche.

Il problema non è solo la singola diretta. È il fatto che un minore possa trasformare la scuola in contenuto pubblico, riprendere compagni e ambienti senza piena consapevolezza delle conseguenze, esporsi a commenti, contatti e dinamiche di visibilità mentre dovrebbe trovarsi in un contesto protetto. Le live a scuola concentrano diversi rischi nello stesso momento: esposizione del minore, possibile ripresa di altri studenti, perdita di controllo sull’immagine, ricerca di attenzione, normalizzazione della trasmissione continua di sé.

Questo caso mostra un punto fondamentale: la sicurezza non può essere misurata solo dall’esistenza di una regola o di una voce nel menu di segnalazione. Deve essere misurata dalla capacità reale della piattaforma di verificare, intervenire e correggere. Se una funzione viene dichiarata vietata ai minori, ma nella pratica un profilo riconducibile a un minore può andare in diretta da scuola e le segnalazioni vengono archiviate come “nessuna violazione riscontrata”, allora il problema non è soltanto educativo. È un problema di efficacia del sistema di controllo.

In Europa e nel mondo molti Paesi stanno cercando di intervenire. L’Australia ha introdotto il divieto di accesso ai social per gli under 16, con obblighi a carico delle piattaforme e sanzioni importanti. La Francia ha approvato all’Assemblea nazionale una proposta per vietare i social sotto i 15 anni, ancora da completare nel percorso legislativo. La Grecia ha annunciato un divieto sotto i 15 anni dal 2027. Spagna, Austria, Danimarca, Slovenia, Polonia, Norvegia e altri Paesi stanno discutendo o preparando misure simili. In Italia, la soglia rilevante per il consenso digitale resta oggi legata ai 14 anni, ma il dibattito politico si sta muovendo tra divieti d’età, consenso genitoriale e responsabilità delle piattaforme. Link

Queste iniziative indicano una direzione chiara: gli Stati non credono più che l’autoregolazione delle piattaforme sia sufficiente. Ma il rischio è fermarsi alla soluzione più visibile, cioè il divieto. Il divieto può avere un senso, soprattutto per gli utenti più piccoli, ma da solo non basta. Perché un divieto efficace richiede verifica dell’età, e la verifica dell’età apre a sua volta un altro problema: quali dati servono per dimostrare l’età? Chi li conserva? Per quanto tempo? Con quali garanzie? Una società che chiede più identificazione per proteggere i minori deve stare attenta a non creare nuove forme di schedatura.

Per questo il Digital Fairness Act dovrebbe essere letto non come una norma accessoria, ma come uno snodo culturale. La protezione dei minori non può dipendere soltanto dalla domanda “quanti anni hai?”. Deve riguardare il disegno stesso dei servizi digitali. Le piattaforme dovrebbero essere obbligate a progettare ambienti che, in presenza di utenti minorenni o potenzialmente minorenni, riducano al minimo la raccolta dati, disattivino la profilazione commerciale, limitino le funzioni più espositive, rendano trasparenti le raccomandazioni, impediscano meccanismi manipolativi e offrano impostazioni protettive come scelta predefinita, non come percorso nascosto nei menu.

Il tema degli algoritmi è decisivo. Un algoritmo di raccomandazione non è una semplice lista automatica di video. È un sistema che seleziona ciò che una persona vedrà dopo, e poi dopo ancora, e poi ancora. Può rafforzare interessi sani, ma può anche accompagnare gradualmente verso contenuti sempre più estremi, ansiogeni, sessualizzati, violenti, commerciali o inadatti all’età. Può trattenere un ragazzo più del previsto, spingerlo a imitare comportamenti, fargli percepire come normale ciò che normale non è, trasformare la curiosità in abitudine e l’abitudine in dipendenza comportamentale.

Anche quando non c’è un contenuto palesemente illegale, può esserci un problema di giustizia digitale. È corretto che un ragazzo venga profilato sulla base di fragilità momentanee? È corretto che una piattaforma deduca interessi sensibili da comportamenti impulsivi? È corretto che un adolescente venga spinto verso contenuti pensati per massimizzare il tempo di permanenza? È corretto che la sua storia digitale venga costruita prima ancora che sappia cosa sia una reputazione digitale?

Noi riteniamo di no.

La protezione dei minori deve uscire dalla logica della raccomandazione volontaria. Non può essere affidata soltanto alla buona volontà delle famiglie, né alla promessa delle piattaforme di “fare di più”. Servono obblighi verificabili, controlli indipendenti, audit sugli algoritmi, canali di segnalazione realmente efficaci e tempi rapidi di intervento quando vengono individuati minori esposti a funzioni vietate o rischiose.

Serve anche un principio di precauzione più forte: quando una piattaforma non è in grado di sapere con sufficiente certezza se davanti ha un minore, dovrebbe comportarsi come se potesse esserlo. Non significa bloccare tutto, ma ridurre i rischi: meno dati, meno personalizzazione, meno esposizione, meno funzioni pubbliche, meno pressione commerciale, meno raccomandazioni aggressive.

Il futuro digitale dei ragazzi non può essere costruito da sistemi che li osservano prima ancora che sappiano difendersi. L’identità digitale di un minore non è un sottoprodotto tecnico: è una parte della sua vita futura. E una società adulta dovrebbe chiedersi se sia accettabile che questa identità venga costruita da piattaforme private attraverso segnali raccolti nell’età della crescita.

Il Digital Fairness Act può essere l’occasione per cambiare prospettiva. Non basta chiedere ai ragazzi di dire la verità sulla propria età. Non basta chiedere ai genitori di essere sempre presenti. Non basta chiedere alle scuole di vietare il telefono. Bisogna chiedere alle piattaforme di dimostrare che i loro sistemi non sfruttano l’attenzione, la fragilità, l’impulsività e l’inesperienza dei minori.

La sicurezza online non si misura dal numero di pagine informative pubblicate da una piattaforma. Si misura da ciò che accade davvero quando un minore entra, guarda, pubblica, commenta, va in diretta o viene spinto da un contenuto all’altro.

Ed è qui che il Digital Fairness Act deve essere ambizioso: non limitarsi a correggere qualche interfaccia scorretta, ma impedire che l’adolescenza diventi un laboratorio permanente di profilazione commerciale.

🔒 La tua privacy vale più di un like

Categories news, socialePosted on

👀 Perché ti deve interessare subito

La privacy a volte sembra roba da adulti. Ma pensa a questo:

  • Pubblicare una foto davanti a scuola dice a tutti dove sei ogni giorno.
  • Inoltrare lo screenshot di una chat di classe vuol dire regalare conversazioni private a chiunque.
  • Entrare in un canale WhatsApp pensando sia “privato” è un errore: chiunque abbia il link può leggere gli ultimi 30 giorni di aggiornamenti, anche senza seguirti.
➡️ Non è futuro lontano: è adesso.

🛡️ I tuoi diritti (anche se hai 14 anni)

In Italia ci sono regole speciali per proteggere i dati dei minori:

  • Se hai meno di 14 anni, per molti servizi serve il consenso di mamma/papà.
  • Dai 14 anni in su puoi esercitare diritti come:
    • chiedere la cancellazione di dati e foto;
    • far rimuovere un contenuto che ti riguarda;
    • sapere chi ha i tuoi dati e come li usa.

👉 Questo si chiama GDPR: il regolamento europeo che ti protegge online.

🎭 Social Hacking: la trappola non è un virus, è psicologica

Molte truffe non vengono da un hacker con il cappuccio, ma da messaggi studiati per farti cascare.

Esempi:

  • “Ho sbagliato numero, chi sei?” → parte la chiacchiera, poi ti chiede una foto.
  • “Hai vinto una gift card” → clicchi e inserisci dati.
  • “Sono l’amico dell’amico di tua sorella, mi dai il contatto?” → può finire in truffa o furto d’identità.
📌 Regola d’oro: se qualcuno insiste, ti fa fretta o ti chiede dati → probabile trappola.

Mini-quiz (2 minuti)

  1. Se ti dicono “devi cliccare ora”, rispondi no grazie.
  2. Se qualcuno ti chiede foto private: non inviare, parla con un adulto di fiducia.
  3. Se ti offrono soldi per condividere il tuo account: mai.

📡 Wi-Fi pubblico = sniffing (tradotto: ti leggono le chat)

Connettersi al Wi-Fi gratuito del bar o della stazione è comodo. Ma attenzione: chi è sulla stessa rete può “sniffare” i pacchetti, cioè intercettare quello che invii.

Questo può esporre: password, messaggi, foto.

⚡ Checklist veloce (quando sei su Wi-Fi pubblico):

🔒 NO home banking, NO inserimento password importanti, NO invio di foto personali.
📶 Se proprio devi usare internet: usa i dati del cellulare o una VPN affidabile.
🛑 Evita reti con nomi strani tipo “WiFi gratuito” senza conferma del locale.

💔 Revenge porn: non è colpa tua, ma devi reagire subito

Il revenge porn è la diffusione di foto o video intimi senza consenso. Capita spesso tra coetanei e a volte “per scherzo”. Non è mai uno scherzo: è un reato.

Cosa fare se succede

  1. Non avere vergogna: chiedi aiuto, non sei colpevole.
  2. Non pagare mai chi minaccia di diffondere foto (ricatto).
  3. Salva prove (screenshot, chat, link).
  4. Segnala subito:
    • Garante per la protezione dei dati personali – sezione minori/revenge porn (usa il sito ufficiale del Garante).
    • Polizia Postale – denuncia immediata (usa il portale della Polizia Postale).
    • Telefono Azzurro – 19696 (supporto e ascolto per minori).

📢 WhatsApp Canali: NON sono privati

Chiariamo:

  • I canali su WhatsApp sono pubblici per definizione.
  • Chiunque abbia il link può leggere gli ultimi 30 giorni di post, anche senza seguire il canale.
  • I numeri di telefono degli iscritti non sono mostrati al pubblico, ma i contenuti sì.
⚠️ Quindi: se pubblichi lì, è come scriverlo su un muro.

✅ Checklist da attaccare in camera

  • 🚫 Disattiva geotag nelle foto (controlla le impostazioni della fotocamera).
  • ⛔ Non inoltrare screenshot di chat senza il permesso di tutti gli interessati.
  • 🕵️‍♂️ Diffida di chi ti scrive con troppa fretta o ti promette regali facili.
  • 📡 Su Wi-Fi pubblico: mai inserire credenziali o inviare foto private.
  • 📱 In caso di problemi: segnala al portale della Polizia Postale, al Garante e chiama Telefono Azzurro (19696).

📞 Numeri utili

Polizia Postale
Portale e servizi per segnalare reati informatici o contenuti illeciti.
Telefono Azzurro
Numero: 19696
Supporto per minori: ascolto, orientamento, supporto psicologico.
Garante Privacy (Italia)
Sito ufficiale con sezioni dedicate a minori e rimozione contenuti.

🔁 Per i più grandi: lavoro, recruiter e responsabilità legale (17/18+)

Questa sezione è pensata per chi sta per compiere 18 anni o li ha appena compiuti: consigli pratici su recruiter che chiedono accesso ai social, falsificare l’età e responsabilità dei genitori.

Ti chiedono l’accesso ai social? Dieci secondi e basta

Quando cerchi lavoro o stage, potresti incontrare richiesta di controllare i tuoi profili social. Fermati e valuta:

Regole pratiche:

  • Mostrare contenuti pubblici (post, bio) può andare bene; non condividere account privati o password.
  • Se un’azienda chiede di vedere i messaggi privati (DM), è una richiesta invasiva — non cederla.
  • Puoi offrire uno screenshot pubblico del profilo (solo se non mostra messaggi privati) o dare link ai tuoi profili pubblici.

Se senti pressione o ricatto, documenta la richiesta (email o messaggio) e segnala al referente HR o, se necessario, alle autorità competenti.

Fingersi maggiorenne per servizi “solo adulti”: pericolo legale

Mentire sull’età per iscriversi a servizi riservati agli adulti è rischioso. In alcuni casi può configurare reati come la sostituzione di persona o comportare conseguenze contrattuali/penali.

⚠️ Non scherzare con i servizi per maggiorenni: può finire molto male.

Se sei minorenne: la responsabilità dei genitori

Fino a quando sei minorenne, alcune azioni online rientrano nella responsabilità civile e, talvolta, penale dei genitori o dei tutori. Questo significa che i genitori possono dover rispondere per danni causati dal comportamento online dei figli.

In pratica:

  • Creare profili falsi o partecipare a campagne di diffamazione può portare a richieste di risarcimento.
  • I genitori devono vigilare: non si tratta di “spiare sempre”, ma di educare e intervenire quando serve.

📌 Per chi è maggiorenne (17/18+): regole chiare

  • Se sei maggiorenne sei responsabile in prima persona dei post, commenti e immagini che condividi.
  • Non falsificare l’età: può essere reato di sostituzione di persona o altre fattispecie.
  • Se un’azienda ti chiede dati o accessi troppo invasivi, chiedi chiarimenti scritti e rivolgiti a un referente HR serio.

Checklist adult-style

Situazione Cosa fare
Azienda/reclutatore chiede accesso a messaggi o password Rifiuta: è invasivo. Mostra solo contenuti pubblici o link ai tuoi profili. Segnala se insistono.
Ti chiedono di mentire sull’età per una piattaforma “solo adulti” Rifiuta. Può essere reato. Non cedere.
Comportamenti online che possono danneggiare altri (diffamazione, profili fake) Non partecipare. Fino ai 18 i genitori possono essere coinvolti; dopo i 18 sei tu direttamente responsabile.

🎯 Conclusione – cosa mettere in testa

La tua immagine, i tuoi dati e quello che scrivi valgono più di un like. Proteggerti non è paranoia: è rispetto per te stesso.

  • Mai condividere password o messaggi privati, neanche con recruiter.
  • Non falsificare l’età.
  • Agisci sempre con consapevolezza: una foto, una chat, una bio possono durare per sempre.

La tua immagine online è potere: usala bene, con testa, lucida e libera.

L’era dell’educazione digitale…treno perso?

Categories I genitori devono sapere, newsPosted on

La proprietà intellettuale degli algoritmi solleva molte questioni, soprattutto quando si parla di trasparenza e responsabilità. Le grandi compagnie proteggono spesso i loro algoritmi come “segreti commerciali” per evitare che i concorrenti ne facciano uso, ma questo rende difficile capire se questi algoritmi operano in modo equo o sono progettati per servire interessi aziendali specifici.

Un esempio è quello degli algoritmi dei social media, dove spesso si sospetta che il loro design sia fatto per massimizzare il tempo trascorso dagli utenti, piuttosto che promuovere contenuti di qualità o affidabili. Senza una normativa che imponga trasparenza o accesso agli algoritmi per verifiche esterne, rimane difficile sapere come vengano effettivamente modellati.

In effetti, mentre il GDPR ha fatto passi avanti in termini di protezione dei dati personali, non esistono ancora normative specifiche che impongano alle aziende di rivelare dettagli su come i loro algoritmi influenzino decisioni automatizzate o sulla trasparenza del loro funzionamento.

Negli ultimi anni, si è parlato di creare una sorta di “algoritmic accountability” o responsabilità algoritmica, ma l’implementazione resta complessa.

In Italia mancano sia un’educazione digitale di base nelle scuole, sia iniziative di sensibilizzazione per genitori e famiglie. Questo lascia molti giovani senza guida, in un ambiente digitale che può esporli a rischi, come la gestione dei dati personali, contenuti inappropriati e un uso problematico delle piattaforme social.

In Paesi come la Francia o la Germania, esistono progetti di educazione digitale che iniziano già dalla scuola primaria e coinvolgono anche i genitori per promuovere una cultura digitale responsabile.

In Germania, ad esempio, esistono programmi strutturati di “media literacy” che iniziano già nella scuola primaria. I bambini vengono educati sui rischi e benefici dell’uso di internet, con un focus particolare sulla protezione della privacy, il cyberbullismo e l’uso consapevole dei social media. Spesso vengono coinvolti anche i genitori, con corsi paralleli, per dare loro strumenti adeguati a monitorare e guidare l’uso dei dispositivi digitali da parte dei figli.

In Francia, l’educazione digitale è obbligatoria in molte scuole. I programmi includono nozioni basilari di informatica, la navigazione sicura e l’etica digitale. Il governo ha introdotto anche leggi più restrittive sul tempo di utilizzo degli smartphone nelle scuole, vietando l’uso dei dispositivi mobili nelle ore di lezione. Questo approccio punta a insegnare agli studenti l’importanza di bilanciare l’uso della tecnologia con altre attività, ma anche a sensibilizzarli sulle questioni di sicurezza e privacy online.

Entrambi i Paesi riconoscono l’importanza di una formazione digitale strutturata fin da piccoli per preparare le nuove generazioni a navigare in rete in modo sicuro e consapevole.

In Italia, il dibattito pubblico spesso trascura questioni fondamentali come l’educazione digitale, e molti temi cruciali passano in secondo piano a favore di argomenti che generano discussioni più immediate ma meno impattanti sul lungo termine. Questo porta a un vuoto educativo che i genitori non sempre sono pronti a colmare, né hanno gli strumenti o le competenze per farlo.

La mancanza di consapevolezza tra i più giovani sui rischi legati al web, come il cyberbullismo, la diffusione incontrollata di contenuti o l’esposizione a siti inappropriati, è davvero preoccupante. I ragazzi, senza un’educazione digitale adeguata, non percepiscono le conseguenze delle loro azioni online, anche perché non hanno riferimenti che spieghino loro i pericoli e le responsabilità del mondo digitale.

Forse una soluzione potrebbe essere creare programmi educativi obbligatori che coinvolgano sia scuole che comunità, con figure competenti e formate sul tema. In altri Paesi, si lavora con professionisti specializzati nell’infanzia e adolescenza per creare contenuti mirati a sensibilizzare sui rischi digitali.

Purtroppo ho assistito personalmente a qualche incontro che la polizia postale tiene nelle scuole, sia quelli destinati ai ragazzi che quelli destinati ai genitori. Mi duole dirlo ma sono tremendamente inefficaci: non si centra mai l’obbiettivo. Si parla di cronaca nera per impaurire, senza spiegare le leggi o le regole. Mai è stato nominato il trattamento dei dati che in Italia è fissato a 14 anni.

Ricordiamo a tutti gli utenti, genitori di ragazzi, che possono scriverci per chiedere supporto.

Il diritto del minore ad essere tutelato da immagini e video non adatti.

Categories I genitori devono sapere, socialePosted on

Questo diritto troppo spesso negato è quello che ci ha spinto a creare questo progetto (sicurezzaminori.org).
Negli incontri con i genitori, con gli insegnanti o nei nostri articoli è sempre presente una vena triste/polemica riguardante la tutela da immagini e video non adatte ai minori.
Non dobbiamo pensare subito a materiale pornografico altro enorme problema già affrontato, e che potrebbe minare la concezione di sesso, sessualità e/o di amore che andranno a formarsi nel ragazzo, bensì a materiale che potrebbe sembrare innoquo, agli occhi di un genitore non consapevole o addirittura goliardico o ironico.
Abbiamo fatto un articolo che mostra le similitudini tra il reato di abbandono di minore e l’abbandono di un minore nel web. LINK ARTICOLO
Come qualcuno saprà è la persona o la società che pubblica il video su Youtube che ha la possibilità di impostare l’età a cui sarà accessibile il video.
Perciò come spiegato già infinite volte: non è possibile acconsentire al trattamento dei dati personali prima dell’età di 14 anni in Italia senza un parental control correttamente configurato, prima di questa età non è possibile avere una mail, senza mail non si puo’ inizializzare nè un cellulare nè iscriversi a nessun servizio social o di messaging.
La responsabilità civile della navigazione del minore è sempre del genitore.
Ci siamo imbattuti in un paradosso, ovvero moltissimi video su Youtube che insegnano come aggirare il blocco dell’età di Youtube. Curioso che queste piattaforme che salgono alle cronache per non definirsi editori e non pagare le tasse come editori ma poi effettuano censure come se fossero editori e con la loro tecnologia futuristica non riescono a monitorare che proprio sulla loro piattaforma vengono pubblicati video su come aggirare il blocco dell’età….e sotto questi video commenti e discussioni su altri modi e servizi terzi che si possono usare per aggirare questi blocchi.
Evidenziamo che le decine di servizi web che permettono di scaricare un video da Youtube sul proprio cellulare, lo fanno senza interessarsi dell’età di chi lo richiede.

Un ultimo esempio scelto per il concatenamento di video e personaggi coinvolti.
Vogliamo provare a dimostrare come sia facile per un ragazzo tramite, in questo caso, Youtube + Tik Tok, poter fare una ricerca tra i vari personaggi ed atterrare in posti non consoni.

Il nostro collegamento è Francesco Nozzolino + Rosario Muniz + Andrea Diprè.

Nozzolino tramite Tik Tok invita ad un evento i suoi followers in compagnia di Rosario Muniz

Qui possiamo vedere Rosario Muniz con Andrea Diprè

In fine uno dei tanti video di Andrea Diprè

Seguici su TELEGRAM o su FACEBOOK e condividi questo articolo con più persone possibili

Finestra sul mondo del web: dal diritto alla privacy per adulti e bambini alla privacy e alla sicurezza informarica con Greenpass e Immuni

Categories I genitori devono sapere, news, socialePosted on

Iniziamo con la privacy:

Durante i 12 anni della nostra attività, abbiamo potuto sincerarci che il diritto alla privacy non viene quasi mai percepito o reclamato.
Tutti i servizi che utilizziamo in forma gratuita possono esserlo solamente perché accettiamo di cedere informazioni personali, di nostra esclusiva proprietà, al gestore del servizio tramite la spunta in fondo a un’interminabile pagina di regole che spesso sono accettate senza essere lette. A volte queste regole si riferiscono all’uso dell’applicazione stessa come “quando e per quanto tempo la usiamo” o “cosa ci soffermiamo a leggere”. Altre volte acquisiscono informazioni come la nostra “posizione” o “con chi interagiamo “, informazioni chieste per migliorare il servizio. In entrambi i casi, questi dati sono spesso ceduti a terze società. 
Queste informazioni nel totale descrivono tutta la nostra vita. Soli, dietro ad un monitor o a un dispositivo, pensiamo, sbagliando, di poter fare qualsiasi ricerca in modo anonimo, soprattutto quelle che a volte ci vergogniamo anche a raccontare!  Questa profilazione, non dovrebbe essere tollerata. Non dovrebbe essere accettata dagli adulti, approdati al web in età avanzata con ‘capacità e libertà di scelta’ né dovrebbe essere accettata se non addirittura proibita per le nuove generazioni. Quello che ci domandiamo è: che libertà avrà un adulto nel 2030 che è stato targetizzato fin dall’età di 8 anni? Se noi adulti per primi cediamo ogni nostro dato non dando il giusto peso al diritto alla privacy come potranno i nostri figli avere una giusta visione dell’importanza di questo diritto se in più ci aggiungiamo l’esposizione a tutte le intelligenze artificiali che usano la scienza predittiva come mezzo per plagiare e modellare l’utente e il mercato del futuro?

Partendo dal diritto alla privacy vorremmo fare una riflessione su un argomento molto delicato e attuale come il greenpass.
 Quello che segue è un semplice ragionamento che ha l’intento di portare ad una riflessione più ampia che coinvolge privacy, sicurezza informatica e greenpass.

Da qualche mese è stato istituito un procedimento che si chiama greenpass che sarà attivo dal 1 Luglio 2021.
 Questa certificazione è stata strutturata nel rispetto della privacy per cui fra i dati sensibili sanitari non dovranno comparire informazioni come “guarigione”, “vaccinazione”, “tampone negativo”, dati che nessuno è tenuto a rilasciare.

La certificazione potrà essere cartacea o in forma digitale.

Quest’ultima modalità ha una maggiore sponsorizzazione perché di facile fruizione.  Ma ricordiamoci che tutto quello luccica non è oro!!! Per la gestione di questi dati infatti è stata scelta l’applicazione “Immuni” dopo che l’applicazione “Io” (applicazione governativa che detiene i dati bancari di chi ha usufruito del cashback) è stata bocciata dal garante della privacy per problemi riguardanti la sicurezza dei dati e di alcuni server esteri.

A parer nostro la scelta “alla meno peggio” è molto rischiosa. Non dovremmo dimenticarci che solo pochi mesi fa l’applicazione Immuni aveva dato molti problemi tanto da essere stata definita da molti un flop. E’ stata riscontrata una errata analisi dei contatti fra persone e l’impossibilità di dichiararsi positivi affinchè si potesse fare un’analisi dei contatti e questo nonostante sia Apple che Google abbiano fatto un importante aggiornamento software per riuscire a far dialogare fra loro i segnali bluetooth.

Dunque è stato deciso che questa applicazione diventerà l’App per avere un certificato digitale. Sono due le domande che le persone dovrebbero farsi: per avere un pass veloce a chi sto cedendo i miei dati sensibili sanitari? Cosa sto accettando per avere il certificato in forma digitale?

Non dimentichiamo che in più di un’occasione nel passato piattaforme e database hanno dimostrato di non essere sicuri ma anzi facilmente violabili. Basta leggere la notizia del furto dei dati sanitari completi (nome, cognome, P.Iva, stato vaccinale o no ecc…) dell’ordine nazionale degli psicologi.

https://www.cybersecitalia.it/vaccini-database-con-dati-di-74-milioni-di-italiani-in-vendita-a-5mila-dollari-il-caso/12064/

Inoltre molto probabilmente usando questa applicazione, si acconsente anche al tracciamento dei propri spostamenti e poco importerà se sarete in regola con il greenpass perché se il sistema Immuni vi segnalerà come contatto di un positivo (che sia vero o sia il risultato di un errore informatico) rischierete di finire in quarantena come specificato dall’istituto superiore di sanità:

https://www.iss.it/covid19-faq/-/asset_publisher/yJS4xO2fauqM/content/se-una-persona-vaccinata-con-una-o-due-dosi-viene-identificata-come-contatto-stretto-di-un-caso-positivo-bisogna-adottare-le-misure-previste-per-i-contatti-stretti-

E allora, libera scelta sempre, ma a seguito di queste riflessioni perché  se dovete recarvi ad un evento dove è necessario il greenpass non farselo stampare in farmacia invece di installare applicazioni con un non chiaro livello di sicurezza?

 

Seguici su TELEGRAM o su FACEBOOK e condividi questo articolo con più persone possibili

Cosa deve leggere un genitore nel 2021

Categories I genitori devono sapere, newsPosted on

Chi ci segue da anni saprà che monitoriamo la rete e cerchiamo di diffondere informazioni ai genitori e agli addetti ai lavori del mondo dell’infanzia. Oggi questo articolo vuole mettervi a conoscenza di una pubblicazione molto importante. Questa pubblicazione è moderna, dettagliata, con molte fonti a disposizione del lettore. Vogliamo dire che è una pubblicazione necessaria e che stavamo aspettando.

LA TRAGEDIA SILENZIOSA

di Ettore Guarnaccia

Come il digitale sta plasmando e minacciando le nuove generazioni
(ai tempi del COVID-19)

Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito all’avvento e alla diffusione di massa di social network, smartphone e app. Nello stesso periodo, si è osservato un costante aumento di disturbi psicologici, depressione, ansia e suicidi, soprattutto fra i più giovani.

Non è un caso.

In un post, che è stato letto da oltre 20 milioni di persone, la psicoterapeuta canadese Victoria Prooday ha definito questo fenomeno come “la tragedia silenziosa”. Abbiamo investito molto sull’evoluzione tecnologica, ma non abbastanza in cultura ed educazione digitale.

  • Cyberbullismo
  • incitamento all’odio
  • disturbi alimentari
  • autolesionismo
  • isolamento sociale
  • babysitter digitali
  • pedopornografia
  • adescamento online
  • fenomeni emulativi
  • ipersessualizzazione
  • dipendenza tecnologica
  • ludopatia da videogiochi
  • gioco d’azzardo

Quante altre prove ci servono per svegliarci?

Tutto questo ha delle conseguenze sulle persone, sia sul piano mentale che fisico, in particolare per bambini e adolescenti. Secondo uno studio condotto dalla San Diego State University, per gli adolescenti che passano almeno 5 ore al giorno con smartphone e altri dispositivi digitali, il rischio di sviluppare depressione e tendenza al suicidio aumenta del 71%. Inoltre, l’isolamento, il distanziamento fisico e le relazioni a distanza dovuti alla pandemia da Coronavirus, stanno aggravando ulteriormente il problema. Non è troppo tardi per intervenire, ma è urgente prendere coscienza di come il digitale stia plasmando e minacciando le nuove generazioni, per poterne insegnare un uso proficuo, responsabile, rispettoso e sicuro.

Prefazione di Massimo Mazzucco

Mio nonno nacque nel 1895 e morì nel 1980. Visse quindi praticamente per intero il secolo scorso. Nell’arco della sua vita ha assistito a tutte le più grandi innovazioni tecnologiche del Novecento. Mi raccontava sempre di quando, all’età di 15 anni, andava alla Piazza d’Armi di Torino ad assistere ai primi tentativi di volo di un monomotore a elica: quando non si schiantava a terra, quel trabiccolo improvvisato riusciva a compiere anche 5060 metri sollevato per aria. Anche l’avvento della radio mi è sempre stato raccontato da mio nonno come un evento eccezionale, con intere famiglie che si riunivano ad ascoltare in rispettoso silenzio i segnali gracchianti che uscivano dai primi ricevitori. E così fu per l’avvento della televisione, che a partire dagli anni 50 iniziò a tenere compagnia agli italiani in casa loro.

Ma la cosa che mi ha più colpito nei racconti di mio nonno era che queste evoluzioni tecnologiche arrivavano nello spazio di 1020 anni l’una dall’altra, e soprattutto procedevano lentamente, come dire “a misura d’uomo”. I trabiccoli che si alzavano in volo in Piazza d’Armi ci hanno messo decine di anni prima di diventare dei DC3 da trasporto passeggeri, e ce ne sono voluti altrettanti prima che questi DC3 diventassero dei Jumbo Jet. In altre parole, il progresso procedeva ad una velocità che l’uomo riusciva sempre a percepire, che riusciva a registrare, e alla quale riusciva quindi ad adeguarsi nel corso del tempo.

Oggi invece non è più così. Oggi il progresso tecnologico è talmente veloce che le stesse generazioni che hanno visto una nuova rivoluzione non riescono più a stare dietro a quelle seguenti. Il mio è un esempio classico. Avevo trent’anni quando acquistai il primo computer Commodore 64. Imparai immediatamente a usarlo e ho sempre fatto ampio uso dei personal computer fino a oggi. Ma nel frattempo le nuove tecnologie basate sui telefonini mi hanno completamente spiazzato, e non riesco più a stare dietro ad ogni evoluzione. Addirittura mio figlio, che di computer si intende, a volte è costretto a rivolgersi a suo figlio, che ha soltanto 10 anni, per comprendere certi meccanismi dei social più diffusi che lui stesso non capisce.

Mentre mio nonno ha potuto vivere quasi un secolo di evoluzione tecnologica alla quale ha potuto comodamente adattarsi nel corso del tempo, per le generazioni più recenti non è più così. Chi nasce oggi non ha più riferimenti con il passato, perché quei riferimenti per lui sono già obsoleti, e lui stesso non fa in tempo ad adattarsi ai riferimenti attuali, che già anche quelli sono ormai superati.

Nel momento in cui la velocità dell’evoluzione tecnologica supera la velocità di crescita interiore dell’uomo, quest’ultimo si ritrova spiazzato, senza più punti di riferimento rispetto al passato. Naturalmente, la mancanza di riferimenti tecnologici con il passato va di pari passo con la mancanza di riferimenti storicosociali, perché ormai la tecnologia è la nostra storia.

L’aspetto più agghiacciante dell’accelerazione tecnologica è proprio questo: un uomo che si ritrova totalmente in balia dello strumento che tiene in mano, e che non è quindi più in grado di conoscere il proprio passato e di decidere il proprio futuro.

Fra coloro che subiscono questa crescente difficoltà di stare al passo, ci sono i genitori di oggi, molti dei quali non conoscono i meccanismi che regolano Internet, i social network e i moderni strumenti di comunicazione digitale, e spesso si sentono esclusi dal mondo virtuale in cui si destreggiano i figli. Questi ultimi, quindi, non possono sviluppare una reale competenza tecnologica né a casa né a scuola, eccezion fatta per l’abile interazione con smartphone e app, e sono quindi in balìa degli effetti che le evoluzioni tecnologiche hanno inevitabilmente sulla loro vita presente e futura.

Se i genitori non sanno fornire le giuste competenze e raccomandazioni per un uso sicuro degli strumenti tecnologici, i figli si avventurano senza preparazione nell’universo digitale, completamente esposti alle tante minacce presenti in rete e ai rischi derivanti. Le conseguenze non sono del tutto individuabili se non con anni di studi e ricerche, ma le tante evidenze che abbiamo già oggi a disposizione tracciano un quadro molto preoccupante che richiede un importante investimento in cultura e consapevolezza.

“La tragedia silenziosa” è uno dei pochi testi nel suo genere, che consente di aggiornarsi a 360 gradi sull’esperienza digitale di bambini e adolescenti, approfondire i vari fenomeni e restare al passo con l’evoluzione tecnologica degli strumenti digitali. La lettura consente a genitori ed educatori di conoscere e comprendere i principali fenomeni e le più gravi minacce dell’esperienza digitale dei più giovani, insieme alle migliori contromisure da adottare e alle raccomandazioni da trasferire ai figli per prevenire conseguenze nefaste sulla loro reputazione e sulla loro salute psicofisica, o per affrontare al meglio situazioni di disagio e sofferenza già in atto.

 

Il libro è acquistabile in forma cartacea e digitale, a breve anche come audiolibro, oppure attraverso il sito dell’autore www.ettoreguarnaccia.com

Per acquistarlo: https://www.amazon.it/dp/B08QRKV94L/

ETTORE GUARNACCIA

Manager, padre, autore di libri, divulgatore ed educatore digitale.

Manager strategico certificato nel settore dell’information technology, della cybersecurity e della gestione del rischio informatico, opera come group director di uno dei più grandi gruppi bancari a livello internazionale. Esperto di leggi e regolamentazioni applicabili ai sistemi informativi e alla sicurezza, vincitore del premio “Cultura, innovazione tecnologica e sicurezza informatica” assegnato nel 2017 dal Clusit per la campagna aziendale di consapevolezza “Connessi e Consapevoli” e per aver saputo trasmettere valore umano. In precedenza è stato CISO e CIO di uno dei più grandi gruppi bancari italiani e information security officer della business unit Italy di un grande gruppo bancario internazionale.

Genitore di un ragazzo adolescente della generazione Z, dal 2014 è educatore in materia di fenomeni e rischi del digitale per volontariato e ha incontrato oltre 3.000 fra bambini e adolescenti, e oltre 1.000 adulti in eventi di sensibilizzazione in istituti scolastici e associazioni, e in radio e televisione, su temi legati al cyberbullismo, ai fenomeni social, alla sessualità online, all’adescamento dei minori, alla dipendenza dalla tecnologia e alla ludopatia digitale. Nel 2017 ha ideato il progetto “Generazione Z” per rilevare l’esperienza digitale dei minori e individuare i fattori di rischio correlati su un campione di oltre 2.000 soggetti da 8 a 18+ anni con un questionario di ben 100 domande.

Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro “Generazione Z – Fotografia statistica di una generazione ipertecnologica e iperconnessa” in cui ha rappresentato i risultati statistici del progetto e analizzato i principali fenomeni e rischi legati all’uso e abuso del digitale. Nel 2020 ha pubblicato il secondo libro “La tragedia silenziosa” dedicato agli effetti del digitale sulla società negli ultimi 15 anni, con particolare focus sulle nuove generazioni. La sua opera di divulgazione si svolge anche attraverso il suo blog personale www.ettoreguarnaccia.com.

Sul suo canale YouTube https://www.youtube.com/c/EttoreGuarnaccia sono disponibili tutti i video dei suoi interventi di presentazione dei libri e di sensibilizzazione.

Salvano le foto dei vostri figli e le caricano su siti per maniaci

Categories I genitori devono sapere, newsPosted on

Salve a tutti, ecco un altro articolo inedito da parte di sicurezzaminori.org.

Spesso riceviamo richieste del genere:

“Avete un video che possa far vedere a mio/a figlio/a per scoraggiarlo dall’uso dei social?”

Il nostro progetto non è rapportarci con i minori ma con i genitori e tutori di questi.

Ci sono progetti e associazioni che hanno un approccio psicologico per aiutare e recuperare casi.

Noi siamo informatici che con l’aiuto di avvocati facciamo luce su procedure tecniche per aiutare i genitori a prendersi la responsabilità delle azioni che i ragazzi compiono con i dispositivi.

Quello che non viene percepito come fondamentale è che una volta caricato un media (foto/video) in rete non è più nostro e se ne perdono le tracce e la capacità di rimuoverlo.

Le foto dei vostri bambini vengono scaricate e ricollocate in siti per pedofili e persone con tendenze morbose.

Purtroppo alcuni di questi siti sono anche in chiaro, un esempio è CutieGarden, che senza scrupolo né vergogna si palesa in chiaro con indirizzo raggiungibile da tutti.

Logicamente abbiamo fatto una segnalazione alla polizia postale.
Ma questo deve servire come monito ai genitori.

Più volte abbiamo raccontato la legge sul consenso della privacy under 14
Più’ volte vi abbiamo parlato di Pegi
Più’ volte abbiamo incoraggiato ad usare un parental control.

La frase più’ frequente che ci viene detta è:
“ Ma se mio/a figlio/a è l’unico senza dispositivo, verrà emarginato”
Che dire….siamo certi che un genitore sensibile al tema dell’emarginazione, avrà anche sensibilità verso i pericoli del web e si informerà come prevenirli.
Comunque questo vale anche per i genitori che hanno la condivisione facile di foto e video, li vediamo con i figli su Tiktok, su Facebook, con profili pubblici pieni di foto con bambini in costume da bagno…ecc.
Dobbiamo dare più peso alla privacy e alla cessione dei dati.

Whatsapp interviene il Garante della Privacy.

Categories news, socialePosted on

E’ notizia di oggi 14/1/2020:

“Il Garante ritiene che dai termini di servizio e dalla nuova informativa non sia possibile, per gli utenti, evincere quali siano le modifiche introdotte, né comprendere chiaramente quali trattamenti di dati saranno in concreto effettuati dal servizio di messaggistica dopo l’8 febbraio.”

Abbiamo ricevuto alcune mail dove genitori preoccupati per se e i propri figli ci chiedono cosa ne pensiamo riguardo alla ‘bufera’ della nuova policy di whatsapp.
Partiamo dicendo che al giorno d’oggi tutti ci fidiamo di società di servizi:

  • apple con Icloud, Trova il mio iphone
  • Google con gmail, Youtube, Drive, maps ecc)
  • Facebook con Whatsapp e Instagram
  • e tutte le App e i videogiochi ai quali ci logghiamo utilizzando le credenziali di uno dei servizi sopra citati senza investigare quali dati stiamo cedendo alle nuove app in installazione.

Per nostra esperienza diretta sul campo, alle persone non interessa la privacy, non interessa quali dati si trattengono i servizi gratuiti che usano, ma questa volta che il secondo uomo piu’ ricco del mondo fa un tweet molto lungo e pieno di informazioni (Use Signal) tutte le testate lo riprendono scrivendo tutto e il contrario di tutto.

Abbiamo ricevuto messaggi su whatsapp “Addio amici, da domani mi troverete qui….”
E’ vero, l’8 febbraio whatsapp aggiornerà la policy dell’applicazione e sarà un aggiornamento diverso tra Europa e resto del mondo.
Per quanto riguarda l’Italia e gli altri paesi dove vige il GDPR, il regolamento europeo per la protezione dei dati personali, una delle leggi sulla privacy più avanzate del mondo, non sono state fatte grandi modifiche riguardo alla privacy, ma lo stesso il Garante della Privacy è entrato nel mezzo.
Sono state cambiate solo alcune regole sulla sezione di WhatsApp per i negozianti e i servizi commerciali: dovrebbero consentire alle aziende di comunicare con i loro clienti tramite WhatsApp.

Perciò, invece di tirare un sospiro di sollievo e pensare di essersi fatti spaventare da informazioni ballerine, mettete un focus sulla privacy. Continuate pure a utilizzare whatsapp ma riflettete sull’importanza dei vostri dati, soprattutto quelli dei bambini.

Sappiamo di alcuni professori delle scuole medie che spingono gli studenti (minori di 14) nell’uso di whatsapp per le comunicazioni scolastiche studenti/professori. La motivazione dietro questa scelta sta nell’immediatezza del passaggio di informazioni ma ciò non toglie che stiano violando le regole di privacy e tutela dei minori. Sensibili all’argomento stiamo organizzando delle diffide al fine di avvertire le dirigenze scolastiche che dovrebbero avere un maggiore interesse e solerzia a far rispettare le leggi senza che alcuni genitori attenti si debbano trovare nella brutta situazione di combattere per tutelare e ottenere la cura dei propri figli che in tutta questa storia diventano degli emarginati.

E tutto questo succede sapendo che gli insegnanti hanno un mezzo più che idoneo per comunicare con gli studenti…Classroom!

Per cui invitiamo i dirigenti e i professori a ripassare la legge sulla possibilità di acconsentire al trattamento dei dati per i minori di 14 anni.

Whatsapp non puo’ essere installato prima dei 14 anni se non su un dispositivo provvisto di parental control e con il consenso dei genitori.

Vi alleghiamo 2 articoli che consigliamo di leggere sulla questione signal-whatsapp che condividiamo.

https://www.ilpost.it/2021/01/12/whatsapp-privacy-facebook/

https://www.ilpost.it/2021/01/13/signal-app-messaggistica/

The Social Dilemma – Da vedere –

Categories socialePosted on

Il 9 settembre 2020 esce in italia sulla piattaforma Netflix il documentario The social dilemma. Per gli abbonati netflix a questo indirizzo.
Abbiamo già letto decine di impressioni e giudizi sul filmato e vogliamo aggiungere la nostra.

Abbiamo già letto decine di impressioni e giudizi sul filmato e vogliamo aggiungere la nostra.

Trovandoci quotidianamente faccia a faccia con persone parzialmente o completamente digiune di consapevolezza informatica, crediamo che questo documentario sia essenziale per capire lo stadio avanzato raggiunto da queste piattaforme.
Ipotizzando che un 25% del raccontato sia stato romanzato o impoverito di concetti tecnici per semplificarne la fruizione popolare, siamo felici che certi argomenti siano toccati da piattaforme considerate mainstream dall’ascoltatore e che, come vedrete poi, fanno parte dello stesso gioco.

Sono intervistati ingegneri informatici e manager delle più grandi piattaforme mondiali come Youtube, Twitter, Facebook, tutti licenziatisi per motivi etici.

 

VIENI A DISCUTERNE SUL NOSTRO CANALE TELEGRAM. QUI

Condividi il nostro canale con qualunque genitore!!!

 

 

Ask.fm è una app pericolosa?

Categories I genitori devono saperePosted on

 

Ragazzi adolescenti e teenagers di oggi non hanno mai conosciuto un mondo senza Google e sono nettamente più esperti di tecnologia rispetto i loro genitori. Internet offre loro tantissime opportunità, alcune produttive, altre da perdi tempo, altre invece che nascondono pericoli davvero sconvolgenti, da non credere per uno che non li conosce.

Uno dei pericoli viene dal servizio social network Ask.fm, un sito di domande e risposte davvero popolare tra i ragazzi dagli 11-16 anni. Mentre come sito sembra innocuo, il grosso problema di Ask è che fomenta e incoraggia attività di bullismo digitale, dove chiunque può parlare male o con cattiveria di compagni di classe o altre persone in modo anonimo.

Sono notizie di cronaca alcuni suicidi di adolescenti provocati proprio dall’utilizzo che viene fatto di Ask.fm, che sembra scatenare davvero la cattiveria più becera delle persone.

Ask.fm funziona così: una volta che sono iscritto, posso creare un mio profilo un po’ come si fa con Facebook.

A questo punto altre persone possono farci delle domande personali a cui dovremo rispondere per descrivere noi stessi.

Il sistema è sicuramente intrigante e diventa un modo per fare domande alle persone ed agli amici che magari di persona non si chiederebbero.

Ask.fm permette anche di fare domande in forma anonima, senza far apparire il nostro nome. Rimanendo dietro l’anonimato diventa più facile fare domande intime o imbarazzanti. Ovviamente si può anche non rispondere, ma, come in ogni social network, se non si partecipa attivamente, diventa come non esserci. Con questo funzionamento, Ask può essere utilizzato facilmente per insultare le persone, per fare domande imbarazzanti, per rivelare segreti di amici e compromettere la loro reputazione nel reale. Questo è, niente di meno che, il Cyber-bullismo.

Un altro aspetto di Ask.fm è che da qui possono iniziare conversazioni private con sconosciuti che possono diventare pericolose, soprattutto per le ragazze più giovani ed inesperte.

Non ha una chat Ask, ma una domanda che viene fatta con molta frequenza è quella di chiedere il nome su Kik Messenger, l’app di chat in cui si può rimanere anonimi, che si accompagna perfettamente ad Ask.fm. Se tutti quelli che vogliono parlare male di una persona chattano privatamente su Kik e si mettono d’accordo su come colpire il bersaglio, il risultato può diventare davvero dirompente contro la vittima designata.

Da considerare inoltre che in Ask.fm la moderazione delle domande e il controllo delle risposte è quasi del tutto assente e che il profilo è sempre pubblico, senza possibilità di nasconderlo per mostrarlo solo agli amici. L’unica cosa che si può fare nelle impostazioni di privacy è di negare la possibilità di farsi fare domande anonime. fonte

 

NDR:
Ricordando a tutti le leggi dello stato italiano che prevedono che un minore di 14 anni non possa registrarsi a nessun tipo di servizio digitale(social network, whatsup ecc) e che la responsabilità sia in toto del genitore e che questo nel momento in cui avvenisse un reato (con l’uso del cellulare del minore) sarà chiamato in sede civile a dimostrare di aver fatto di tutto per impedire il reato.
E senza un parental control installato sarà impossibile iniziare una difesa.

Un social dove si fanno domande di ogni tipo, ha in possesso talmente tanti dati dell’individuo che lo usa, se pensiamo come scritto sopra che è un ‘ social ‘ da 11 a 16 anni…

Dobbiamo far nascere il senso di privacy nei nativi digitali!!! Anche se poi andiamo a vedere e capiamo che l’abbiamo persa anche noi (non nativi digitali) in cambio di servizi che spesso non ci servono.

ISCRIVETEVI AL NOSTRO CANALE TELEGRAM PER RIMANERE COLLEGATI

SEGUICI SU FACEBOOK